FLÅTETUREN

Ore 9:00AM, orario fissato per l’appuntamento a casa dell’olandese, organizzatore dell’impresa. Pochi minuti affinchè i membri dell equipaggio si  carichino come muli di corde, materassi gonfiabili da mare e attrezzi vari. A quell’ora Gli italiani sono ancora a casa loro a riempire freneticamente i loro bagagli, dopo aver sacrificato il loro anticipo per una colazione lunga e sontuosa, ben consci che quella sarebbe stata l’unica decente dell’avventura che cominciava quel giorno; o perlomeno l’unica che includesse marmellate caserecce fiorentine. Pattuiamo cosi che ci saremo fermati alla stazione, e i restanti,  piu rispettosi delle tempistiche collettive, si sarebbero gentilmente divisi la nostra parte di bagaglio. Arrivano poco dopo di noi, carichi come pochi, delle cose piu varie: seghe, sacchi, una tromba, una chitarra fatta in casa con una scatola di biscotti come cassa di risonanza, un tubo da idraulico altezza uomo, questo ovviamente è il didgeridoo.
Nel primo pomeriggio siamo a destinazione. Ci siamo portati sulla riva del fiume glomma, il più grande del paese. Nel frattempo a noi si è unito Stian, arrivato diretamente dalle isole Svalbard, una terra di confine, in parte norvegese, in parte russa. Stian è un istituzione ad as, è  infatti il maestro di yoga del paese, un tipo tutto da scoprire. Ci siamo fermati sulla sponda esterna di un ansa del fiume. Qui le fiumane hanno depositato centinaia di tronchi dritti, puliti dai rami e ora ben asciutti, insomma una risorsa vitale per lo zatterista. La costruzione impiega diverse ore. C’è chi riesce già a tagliarsi con seghe e maceti. Il Camme sceglie un alternativa: prende a mazzate un tronco per un ora con un accetta economica e vince una vescica a mò di estigmate sulla mano sinistra che lo accompagnerà per tutto il viaggio. Ma ne ricava una pagaia da canoa polinesiana dal fascino ancestrale, che ora espone con fierezza a casa sua. Al gruppo si è unita anche Tina, la padrona di casa dell’olandese. Tina è nata in Wayoming. Ha sangue indiano, indiano d’ america. Ciò le dona un fasci molto particilare, lunghi e folti capelli di un nero intenso, occhi affusolati, modi diretti. Tina conosce bene la natura e i suoi segreti: consiglia alle prime vittime delle famose e temute zanzare norvegesi di strofinarsi con l’apice dei rametti di abete, la parte morbida e odorosa. Questo non allontana i carnefici alati, ma gli impedisce di riconoscere il nostro odore. Io guardo imparo e ammiro, ma ciò non mi impedisce di lavarmi in un bagno di repellente. Alle 9 Tina ha prelarato la cena, fagiolame con addizione di SOLI 2 abanero (sappiamo tutti che sono? Per chi navigasse ancora nel mare dell’ignoranza consiglio una ricerca su google, stando attenti a non ustionarsi guardandoli). 
Oltre al fagiolame il menu prevede un insalata di foglie di bosco e fiori, una scoperta. 


Alle 10 siamo pronti per il lancio. Eh si, le10, tanto qui mica fa mai davvero buio! Navighiamo per poco più di un ora. A ripensarci fa buio abbastanza per non sentirsi sicuri in un fiume con possibilità di rapide. Tina ci ha seguito in bici e ci lampeggia dalla sponda. Approdiamo. Piove, costruiamo l’accampamento. Tina appare dal fiume, è su una barca: -Siete su un isola!- urla. Che geni, cominciamo bene.
La mattina successiva comincia intensamente: mi trovo in tasca uno spicchio d’aglio, lo  sbuccio, lo inghiotto. Quello che succede nei 5 minuti seguenti lo lascio alla censura. No, non fino a quel punto! Quasi…
A seguire incontri passionali tra testicoli e sciame di zanzare. Nelle foreste norvegesi, in posti umidi, i vostri bisogni fateli in fretta.
Si riparte. Piove. Si naviga. Piove. Incontriamo una diga. Ci fermiamo. L’unica possibilità è trasportare le zattere attraverso il ponte sulla diga, e rimetterle in acqua dalla sponda opposta. Lavoriamo tutto il giorno. Pranziamo alle 6. Nel frattempo piove. Alle 10 siamo pronti a prendere nuovamente il largo. Non possiamo accamparci qui siccome la mattina seguente la diga potrebbe essere chiusa e il livello dell’acqua troppo basso. Ci proviamo in 4, il breve tratto che dobbiamo percorrere ha rapide ed è insidioso. Ma le zattere sono di manifattura olandese e italiana, solidissime, e il team è preparato: 1 troppo breve minuto di euforia ed è gia calma piatta.
Così si conclude il giorno 2.
La mattina del terzo giorno parte all’1, eravamo tutti distrutti dalle fatiche del giorno precedente.
Stian si occupa di preparare la colazione. Partorisce un rancio stile sbobba da 100 kalorie al cucchiaio: un musli a secco, fluidificato con olio e marmellata, dolcificato con sciroppo di malto e definitivamente ucciso con un panetto di burro sciolto sul fuoco. “In a rafting trip you need energies” dicono loro.  Sarà vero ma sta di fatto che a metà di quella endurance masticatoria ci verso un bicchiere di acqua fredda per ammollare i fiocchi. Avevo le tempie in fiamme dalla fatica della masticazione.

  

Oggi abbiamo grandi progetti: le zattere sono state disassemblate per buona parte fuorchè la struttura portante e vanno ristrutturate. Inoltre l’olandese vuole costruire una canoa. Ha un progetto valido dice lui. Me lo mostra. Lo squadro bene, sia il progetto che l’olandese. Non lo conosco ancora bene. Cerco nei suoi occhi quel bagliore di entusiasmo del sognatore tra le nuvole, quell’espressione che mi dice che il mio interlocutore è completamente ammattito in preda ad un incontrollato slancio creativo. Lo trovo. Ma il progetto sembra fattibile comunque. Perchè no, del resto sono in una zatterata colettiva, passeggero di carrette ambulanti  che galleggiano su dei materassi gonfiabili da spiaggia, per mia scelta. Una canoa? Che vuoi che sia!
Alla fine Mario è stato un successo (ah, Mario è la canoa), per vederlo finito c’è voluto tutto il pomeriggio e la sera. Il varo è stato alle 11: stabilità discutibile ma stile inopinabile, un pezzo da esposizione.

Un territorio naturale, in particolar modo una foresta ha molto più da offrire di quanto ci si immagini, basta possedere le conoscenze necessarie ad approvigionarsi le risorse di cui si abbisogna. Per il campeggio selvaggio la foresta norvegese offre un ampia gamma di prodotti e surrogati dal pronto utilizzo, neanche fosse la Conad! La corteccia delle betulle è un combustibile e un propellente eccezionale; è così ricca di oli che basta un secondo sotto la fiamma di un accendino affinchè prenda. Inoltre si sfoglia dai tronchi tipo linguetta delle merendine; se sei fortunato fai un giro completo.      Le foglie sono inoltre commestibili.
Il suolo è spesso coperto da un copioso strato di muschio e su questo crescono frequentemente mirtilli. Le fragole di bosco non mancano. In pratica la vegetazione qui ricorda  quella italiana delle zone alpine, sopra i 1000 metri direi.
L’acqua dei fiumi è perlopiù potabile. Buona parte di essa proviene dallo scioglimento  delle nevi, e l’influsso di diserbanti e pesticidi è minimo. Qui tolti cereali, patate e berries (fragole, lamponi), non si coltiva molto. Il buon Camme si procura intatti i liquidi, un ecologo direbbe, con una spesa energetica minima: prende un bicchiere e lo tocia dal bordo della zattera nel Glomma, per poi abbeverarsene lautamente.
La mattina successiva si sarebbe dovuto aggiungere un altro ragazzo, AndresJohan, un norvegese che come tutti qui, studia ad As. Non lo conosco ancora.  Solo che non era chiaro come avrebbe potuto trovarci nel mezzo della foresta.
Io mi sveglio presto. Mi sciacquo il viso e come alzo gli occhi, ancora impastati di sonno, vedo un soggeto di una taglia non trascurabile aggirarsi per l’accampamento. Sembra sospettoso e non vorrei che sia un tagliaboschi locale il perlustrazione. Così emetto un “Hi” e gli allungo la mano. Lui me la stringe bene. Volendo indagare sul motivo della sua presenza, invio un imput al sistema nervoso: elaborare domanda sensata. Mi torna questo: “where are you from?”. Ma che se ne fa uno di una domanda così in una circostanza simile? Lui altrettanto non dimostra molta perspicacia mattutina, e  risponde “Norway”. I seguenti 5 secondi li abbiamo passati a sringerci  la mano in silenzio, fino a che lui non esordisce: “vado a dare un occhiata alle zattere”. Così finisce il primo incontro con Andes Johan.
In seguito ho poi saputo che Andres ha vissuto qualche mese in tenda nella foresta, questa primavera, continuando a frequentare l’università. Uso comunque diffuso, anche tra le donzelle, qui in Norvegia.
Le giornate  scorrono serene, scandite dalla placida ritmica del galleggiamento. Si incontrano dighe, si superano dighe. Ora abbiamo Andres l’armadio con noi, e devo dire che in queste procedure il suo contributo è notevole.

Altrettanto devo dare spazio ad una constatazione: gli italiani si confermano la popolazione più pronta a farsi il mazzo: imbattuti fummo, in questa occasione, in frequenza e intensità di pagaiata e ferite da duro lavoro.
Nei giorni seguenti buona parte dell’equipaggio ci lascia e rimaniamo in quattro. Quattro uomini. Senza il freno imposto  dalla presenza del più dignitoso dei due sessi, il limite della decenza scende verticalmente.
La seconda zattera, la zattera dei bagagli, diventa la toilette.  Basta circumnavigare la pila di zaini, trovare un buon appoggio per i piedi; trovare altrettanto un solido appiglio a cui aggrapparsi, poi sporgersi fuori dall’abitacolo ed infine espletare comodamente i propri bisogni. Ma gli equilibri sulle zattere sono precari, e se il sottoscritto è quasi riuscito a cadere, salvandosi aggrappandosi in extremis a Mario la canoa , il Camme ha alzato ancora il livello, inzuppandosi fino all’inguine.
Evitare di finire a mollo in circostanze simili non è solo una sfida personale, ma anche una precauzione importante, in un paese dove piove quasi tutti i giorni, e venti gradi nel momento più caldo della giornata, non aiutano ad asciugare i pochi vestiti che lo zatterista possiede. Ciò nonostante, come diceva compiaciuto l’olandese, qualcuno il bagno se lo dovrà pur fare. E questo qualcuno ovviamente sono stato io. Un remo, che con la coda dell’occhio è stato confuso con uno dei quattro pali verticali della zattera, ed è stato un attimo. Giusto in tempo per avvisare la ciurma dell’evento in corso con un “ma porca put…” e poi bolle.

L’ultimo giorno viaggiamo veloci, spinti da un forte vento in poppa. Non avrei mai detto che una zattera potesse navigare così rapidamente. Confrontandosi con la sponda, pareva di poter superare una bicicletta, o perlomeno un corridore. Ormeggiamo, questa è l’ultima volta. Smontiamo le zattere e lasciamo che la corrente se le porti via, così come il Gange fa con i falò funebri in India. Svestiamo Mario e lasciamo la sua fiera struttura, intatta, su un masso affiorante, in attesa che una fiumana la porti nell’ultimo viaggio.
Ma quanto la faccio cadere dall’alto?!  No, comunque si stringe sempre un forte legame con ciò che ci si crea con le proprie mani e su cui si fa un forte affidamento.
Questa avventura finisce così, con quattro indigeni sporchi e carichi più di come partirono, che sbucano dalla foresta, nel centro di un paesino di campagna, con appresso una cassa che suona “Here come the sun”.
Chiunque si senta ispirato da questo racconto sappia che tra un anno l’equipaggio si riunisce in Francia per galleggiare la Loira.
Sajonara!

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