LA BARBAGIA DEI BALOCCHI

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L’ultima volta, se ricordo bene, succedeva esattamente un anno fa. Ero partito dalla Finlandia intorno al 20 ottobre e qualche giorno dopo, in Estonia, la prospettiva di una notte in tenda nel bosco ( orsi annessi ) si trasformava nella realtà di una casetta con camino e sauna, tutta per me. I posti più lontani dalle rotte turistiche sono anche quelli dove l’accoglienza è più calorosa, questa l’ho toccato con mano.
Voci di una Barbagia generosa col viandante ne avevo sentite, ma ciò che non avrei mai immaginato è esattamente quello che fino ad ora mi è capitato: dal mio arrivo in questa zona remota e spopolata dell’isola non è ancora successo che entrassi in un bar senza che mi venisse offerto da bere entro il primo minuto. La notte scorsa poi l’ho passata in un bed & breakfast, tutto offerto dal parroco di Desulo. L’ho conosciuto in pizzeria dove, ovviamente, non sono riuscito a pagare la pizza che ho mangiato.
Ma per tutta questa simpatia ho un trucco, un infallibile passepartout alla benevolenza paesana. Cerco storie. Storie di musica e medicina. Entro in un bar, un frutta e verdura o fermo un anziano in paese e gli chiedo cosa mi sa raccontare della tradizione medicinale locale, se conosce un vecchio che ne mantenga i segreti e se il paese si distingue per uno stile musicale peculiare.
Ovviamente si tratta sempre Europa e non di Colombia, amazzonia o chessò io, Nepal! e perlomeno per quanto riguarda la medicina tradizionale la conoscenza è già andata perduta in buona parte e i druidi non pullulano certo. Piuttosto pare che anche nei tempi passati elevata fosse la specializzazione. Ognuno aveva la propria specialità: l’ava dell’ortolano di Ortueri curava la sciatalgia con un bastone raccolto nel bosco per l’occasione (di che legno fosse non si sa più ), che usava per prendere delle misure corporee. A Seneghe invece la cosa veniva condotta in maniera più ritualistica: l’affitto si recava a casa del curatore portandogli un femore di lepre – della zampa corrispondente alla gamba dolorante-. Se non poteva ci avrebbe pensato il curatore a procurarsene uno. La pratica iniziava con delle preghiere che venivano assegnate al paziente, il quale doveva recitarle isolato nella stanza. Al termine di queste il curatore rientrava nella stanza e consegnava un sacchettino contenente una polvere bianca -dell’osso dell’animale? Di questo la mia fonte non era sicura-. Il sacchetto andava legato alla vita, dalla parte dolorante e non doveva essere rimosso fino a che il laccio non si rompeva naturalmente, pena la non efficacia del rimedio.
A Desulo i porri li cura un signore con le mani, il che, sebbene non lasci molte spiegazioni sul perché e sul come questo avvenga – bisogna accontentarsi della prova diretta della sua efficacia-, perlomeno è cosa riflessa ovunque nel mondo. In ogni paese e religione v’è una schiera di “dotati” in grado di curare con il solo ausilio delle proprie mani.
Ma a Belvì la cosa si fa anche più fantasiosa: un signore cura lo stesso male con un metodo passatogli dalla nonna la quale faceva un dei nodi in un pezzetto di lana, che si premurava poi di nascondere in un posto dove il curato non sarebbe mai passato. Se questa condizione non fosse stata rispettata non ci si doveva certo stupire del ritorno della piaga!
L’idea di raccogliere storie di medicina tradizionale mi è stata ispirata da una delle ultime letture che ho fatto: “Un indovino mi disse” di Tiziano Terzani. Libro rivelazione per uno spirito vagabondo come me!.
Terzani, un meraviglioso esemplare di essere umano, giornalista coi controcoglioni -ha visto la presa di Saigon, pallottole volanti a poche spanne, la caduta dell’impero sovietico, ha scampato la fucilazione un paio di volte, ha intervistato tutti, i buoni e i peggior cattivi-, grande viaggiatore vissuto tanto in Asia quanto in Europa e nondimeno maestro di vita e di moralità, specialmente nella ultima fase della sua vita, nel 1993 decide di rispettare una profezia fattagli da un veggente vent’anni prima, cosa a cui non aveva dato alcun credito e che era presto finita nei meandri della sua memoria. Un po’ per gioco un po’ per sfida Terzani decide di non prendere aerei per tutto l’anno 1993. Il libro è la storia di questo assurdo e meraviglioso anno nel quale Tiziano, razionalista nato, spalanca le porte al mondo dell’occulto visitando quanti più veggenti, bonzi, chiromanti, astrologi, sciamani, lama e dukul si trovassero sulla strada che fece in quell’anno -e ne fece parecchia-. Il mondo dell’esoterico e dell’occulto vissuto e raccontato da una mente scientifica, da un uomo con i piedi nei due mondi.
La musica, vabbè ormai ha piantato un seme in me e non mi riesce difficile innaffiarlo, e l’idea di andare a giro per il pianeta a prendere, magari fare miei, e poi raccontare pezzettini delle musiche dei popoli mi attrae tanto quanto la zucca attrae i porcospini. Non avete mai visto un porcospino andare letteralmente giù di testa per una zucca fresca?? Dovreste!
Ma la conoscenza profonda della terra e dei suoi rimedi naturali, anche quella è un interesse vecchio e sempre latente. Da piccolo mi piacevano si Superman, Spiderman e compagnia bella, ma di più mi piacevano Crocodile Dundee, Mc Giver e Jackie Chan in quel film in cui da soldato precipita nella giungla e viene salvato da una tribù di indigeni che gli svelano i segreti della natura e gli danno le capacità per usarli. Di loro mi affascinava la capacità di cavarsela un po ovunque, con pochissimo. Questi sì che erano superuomini! Mica quegli altri spocchioncelli che finiscono tutti in -man con la superforza, la supervelocità, i superpoteri e tutti con i problemi di amore di un adolescente!
Così è tanto che fantastico sulla possibilità, un giorno, di andare in un bosco e con pochi arnesi è un paio d’ore dopo di poter dire “la cena è servita” o di curarmi e curare con cose raccolte nella natura.
E invece so a malapena riconoscere un porcino e distinguerlo da una amanita (ecco, si scrive così?), e comunque me ne faccio poco perché fino ad ora ho avuto risultati scarsissimi come fungaiolo. Io sono uno che guarda in su e che si perde nei paesaggi e nelle forme!
E pure uno che ha tante passioni. Troppe? Forse, si vedrà. E tra queste ci sta anche la scrittura: ecco spiegati questi pipponi…

Ps: non ci sono praticamente foto e la seconda non è neppure della Barbagia perché l’iPad gentilmente regalatomi da una pia anima per risparmiarmi 3 kg di computer a presso, ha deciso che le foto le vuol fare lui e non accetta quelle della macchina fotografica. Ma  tutto, ma proprio tutto, ,a le foto con l’iPad no!

buona serata!

2 pensieri su “LA BARBAGIA DEI BALOCCHI

  1. Marinella ha detto:

    È bellissimo leggerti Lorenzo…sei una persona veramente “viva” e, credimi, non è facile trovarne…vorrei che anche solo una minuscola parte della tua curiosità mi si attaccasse…sono statica dura…ma mi incanto a leggere quello che scrivi e oggi corro a comprare Terzani…grazie Lorenzo spero di poterti ringraziare di persona ad un’altra cena di tua zia Pia ..(grande amica e stupenda donna…)…ciao un abbraccio

    Mi piace

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