RITRATTO DI BARBAGIA

 

Il migliore amico dei barbaricini è il c… clacson!

Ormai potrei riconoscere la Barbagia ad occhi chiusi. Mi potrebbero bendare, chiudere in un sacco ( e questo fino a forse 30 anni fa era il posto giusto!) e comunque saprei farmi un idea di dove sto passando.
A Desulo ad esempio, in un giorno qualsiasi, si possono sentire tanti colpi di clacson quanti nella mia città quando l’Italia ha vinto il mondiale. Ma non dello stesso tipo, attenzione! A Desulo sono brevi, istantanei colpetti che altro scopo non hanno che salutare chi di conosciuto si incrocia per strada. Il punto è che il paese è un lungo biscione urbano che si sviluppa sopra e sotto una sola strada principale che corre sul fianco della montagna. Così per un paio di chilometri. Quindi le chance di incontrare un volto famigliare, considerato anche che in paese qualsiasi faccia è una faccia conosciuta, sono continue.
Il risultato? Raramente i clacso-saluti si sovrappongo, ma alle volte nei punti caldi non passa un secondo che a un beep non giunga pronta la risposta, e poi un altra, e così via per 3-4 ripetute, prima del giro successivo.
Oramai è un usanza e sembra non ci si chieda neanche più perché lo si fa. Ovunque ci sono macchine parcheggiate sui bordi della strada, che già di per se non è molto larga. Si può passare solo un senso di marcia alla volta e non c’è possibilità che chi si incrocia non si veda e riconosca. Basterebbe un ciao sventolando la mano fuori dal finestrino, che poi in questi giorni caldi è sempre aperto, ma no, la tradizione è importante e va mantenuta! D’altronde è proprio per questo forte tradizionalismo che la Barbagia, e poi la Sardegna in generale affascina.

Un altra usanza del paese è quella di non chiudere mai il cimitero, neanche di notte. A qualche vecchina potrebbe sempre venir voglia di andare a porgere un omaggio a un suo defunto alle 5 del mattino! Così in effetti succede, ed apparentemente un maresciallo del nord Italia di parecchi decenni fa, da poco trasferito a Desulo e insospettito da alcune luci nel cimitero ancor prima dell’alba, si lancia in perlustrazione e, trovandovi una paesana intenta a fare le sue cose, la rimprovera per la non osservanza degli orari. Si ritrova subito apostrofato a dovere per l’insolenza e il non aver neanche iniziato l’arringa con un “buongiorno”!.
Si può dire tutto della Sardegna, ma non che ( almeno nelle vecchie generazioni) non vi sia educazione e rispetto.
Il paese di Desulo, da quanto mi è stato raccontato, ha un animo socialista naturale. Qui uno dei motti è “tutti uguali alla nascita come nella morte”, il che lo capisco, non spiega nulla, se non il fatto che le fosse nel cimitero sono tutte uguali e non vi siano mausolei personali per le famiglie più abbienti.
Comunque, oltre al maresciallo, il sindaco e il parroco, mi racconta il mio cicerone, personalità di spicco non ce ne sono: tutti gli altri sullo stesso piano.
Una realtà così, per uno che come me è figlio della società delle disparità, dà combustibile alla fantasia.
Penso che uno dei motivi per l’esistenza di una situazione del genere sia quello splendido rigore morale che contraddistingue la maggior parte dei sardi propriamente detti che ho conosciuto fino ad ora. Il signor Daniele Cossello oggi mi diceva, prima in sardo, poi tradotto in italiano: ” il bue si lega con la fune, l’uomo con la parola”. La dice lunga!
In un nucleo dove da sempre si insegna che la dignità non si subordina a niente, è difficile che a qualche d’uno venga voglia di prevalere sugli altri; cosa che spesso si attua con la menzogna.
E se questo insieme di valori è a Desulo un ideale collettivo espresso nel quotidiano ma non sventolato sulla pubblica piazza, ad Orgosolo è diventato un vero e proprio marchio di fabbrica. Qui il paese mi ha dato l’impressione di essere un unico grande centro sociale.
Nella seconda metà degli anni 60 gli organi amministrativi a Roma decisero di costruire una base militare nell’altopiano che domina il paese, nel tentativo di sventare il brigantaggio, responsabile tra l’altro dei sequestri di cui ancora oggi si parla.
Questo alla popolazione di Orgosolo proprio non andava giù, tanto che nel ’69 gli abitanti insorsero e posero fine ai progetti di Roma.
Il fervore popolare era così forte che a qualcuno venne voglia di dipingere quello che stava accadendo. Così, vuoi perché le tele da pittura erano difficili da reperire, vuoi perché sui muri rende sempre bene, un giorno del 69 venne dipinto il primo murales di Orgosolo. Da quel giorno ne sono seguiti centinaia. Centinaia davvero! L’ ultimo è datato 7 ottobre 2016 e si trova a pochi metri dal primo. Un cerchio che si chiude? Non penso proprio, i murales del paese hanno quasi tutti un ingiustizia da denunciare, e mi sembra strano che il futuro non ispiri qualche nuovo sfogo.

 

Ad andarsene in giro con l’intenzione di raccogliere storie e testimonianze di una di quelle cose che fa tanto piacere raccontare a chi la possiede, la tradizione, si fanno amicizie in fretta. L’altro giorno arrivo in un paesino montano di non più di 600 anime e c’è un gran via vai di gente, tutti intenti a spazzare, addobbare e tirare a lucido il borgo intero per la festa in programma nei 2 giorni a venire. Becco uno in macchina fermo ad aspettare la moglie che conversava poco distante e gli chiedo dove poter piantare la tenda nei paraggi. Vedendolo rilassato e disponibile, mi dilungo sul mio progetto. Le parole “musica” e “medicina” gli suonano famigliari: scende dalla macchina e comincia a raccontarmi dei rimedi tradizionali della prozia, della musica sarda e della gara di poesia estemporanea che si sarebbe tenuta in un paio d’ore al circolo di paese. Me la presenta come una cosa imperdibile e io non posso che ringraziare e accettare l’invito.
All’entrata fanno pagare i biglietti.
“Quant’è?”
“10 euro prego”
10 sacchi? Ma qui lontano da tutto e da tutti? Ma costa più che il cinema! Tutto il mondo è paese ormai.. E questo pare essere un evento di tutto rispetto da queste parti.
Come entro la sala è già gremita di gente. L’età media non è inferiore ai 65 anni e la cosa mi frena un po’ l’entusiasmo. Inoltre il mio traduttore non si vede in giro, lo distinguerei, lui sarà solo sulla cinquantina! Poi qui senza uno che ti traduce il dialetto c’è da non capirci proprio nulla. Lo chiamo e mi dice che sarebbe lì a momenti. Scampata!
Sul palco i poeti sono tre: Zizi, pluriottantenne rinomatissimo come uno degli ultimi di una specie e i due Porcu, non fratelli, della metà dei suoi anni.
Zizi si alza e apre la scena con un saluto al pubblico, cantando ogni strofa con una sua melodia personale e ricorrente e finendo con una rima. Altrettanto fanno i Purcu. Ogni intervento dura 8 strofe e le pause sono scandite da tre voci a tenore che cantano sempre lo stesso giro di…parole? sulla stessa armonia ( se vuoi un tantino rintronante dopo un po’).
I tre continuano per una mezzora come se conversassero. Ogni tanto uno provoca, lancia una frecciatina e capita che quello che se la prende, la provocazione, abbia solo pochi secondi per rispondere a tono e in rima. Non sembra affatto una cosa facile.
A parte Zizi che pare non accorgersi di essere sul palco e affronta la sfida con la leggerezza con cui mia nonna faceva il ricciolo ai tortellini, gli altri due sembrano accusare lo stress non poco.
Stranamente è il vecchio quello che capisco meglio. Ha una melodia semplice e scandisce bene le parole; degli altri non colgo pressoché nulla. I miei traduttori sono diventati tre e quasi fanno a gara per aggiudicarsi la battuta; devo essere l’unico non sardo della serata.
La fase introduttiva, funzionale ai poeti a presentarsi e a misurarsi tra loro, dura appunto una buona mezz’ora e, per metafore e paragoni, sfocia in argomenti del tutto inaspettati: la sonda inviata su Marte e le sue problematiche! E io che avrei scommesso che tutto sarebbe girato attorno a formaggi, dispute a murra e dicerie di paese.
Ad un certo punto viene chiamata una pausa e la commissione assegna, come da tradizione, un argomento da sviluppare. Meraviglioso, e pure moderno: Zizi, il più modesto e tollerante deve recitare l’ottuso filo-razzista, il primo Porcu, l’uomo di larghe vedute, e il secondo, quello più spavaldo, deve interpretare l’immigrato.
Che splendido argomento! In un isola dove l’immigrazione (nigeriana e senegalese principalmente) sta toccando livelli mai visti prima d’ora, dove lavoro ce n’è a fatica per i sardi, i quali, generosi e accoglienti -tolti quelli trasformatisi in acchiappaturisti di litorale- sono però anche in buona parte paesani con una visione d’insieme un po’ ristretta, un argomento così è un fulmine a ciel sereno!
È sempre Zizi ad aprire la scena, e lo fa cantando il suo dispiacere per aver ricevuto un tale ruolo. Altrettanto fa il giovane spavaldo cui è capitata la parte dell’immigrato.

E lì ho capito perché il poeta è, sull’isola, è una personalità stimatissima a cui è riservato grande rispetto. Il poeta è il dotto, l’opinionista, colui che conosce e informa, che denuncia  e mette sulla pubblica piazza le ingiustizie. Per questo molti venivano uccisi nei tempi passati, individui scomodi.
Tutti i tre infatti, hanno mostrato una profonda conoscenza dell’argomento, della realtà degli immigrati, ma anche delle motivazioni dei locali, sia favorevoli, che ostili all’accoglienza dei nuovi arrivati.

Provo grande rispetto per queste figure che, in forme diverse ma identici nel nocciolo, hanno, ovunque nel mondo e nella storia, fatto della loro opinione la loro missione, hanno raccontato, hanno informato e criticato. Sono sempre rimasti loro stessi, esprimendosi attraverso la propria arte; poeti, comici, musici, pittori, attori, parolieri, scrittori ecchippiunahapiunemetta.

Esco dalla sala prima della fine dello spettacolo, stanco morto per una giornata di dura pedalata, rintronato dalle ridondanti armonie delle voci a tenore e dalle ripetitive cadenze dei poeti, che dopo un oretta di ascolto mi facevano sembrare tutto una lunga messa cantata, ma felice di aver visto un’altra rara forma d’espressione.

 

pastor

Con Orgosolo mi lascio alle spalle una natura strepitosa, dalle verdi valli montane di Desulo, ai brulli pendii scoscesi della dorsale del Gennargentu, con le sue querce peculiarissime -grossi fusti vagamente addobbati di sottili rami, le cui foglie cominciano ora ad ingiallire, un portamento mai visto prima d’ora per una quercia-, alle sinuose alture di Fonni tutte pascoli e boschi, ma dove ogni campo ospita qualche bell’albero solitario, alla foresta dell’altipiano sopra Orgosolo. Qui ogni leccio ha le carte in regola per essere, dalle mie parti, un albero protetto e recintato, con tanto di targhetta che ne decanta le storie ad esso legate dei tempi passati. E ognuno con la parte della chioma che guarda il terreno, perfettamente orizzontale e l’altra, che è rivolta al cielo, rotondeggiante ed omogenea. Come fosse una selva di funghi giganti verdi.
Da Orgosolo in poi, verso Nuoro, ritorna la Sardegna più conosciuta: la roccia granitica rossastra che tende a sfarinarsi e sfaldarsi, le essenze mediterranee e i loro profumi.
Mi sono così accorto, e anche ricordato dai viaggi precedenti, di come i nostri pensieri, i nostri umori, possano essere enormemente condizionati dall’ambiente che ci sta attorno e come tantissimo di quello con cui più o meno deliberatamente ci circondiamo, sia ostile all’avere buoni pensieri e buone sensazioni. Mi spiego. Arrivo sul Gennargentu, il nulla mi circonda; con la fedele cassa portatile da viaggio sto ascoltando Ravi Shankar che suona il sitar, mi piace pure un sacco ma, come interrompo la musica, mi invade il silenzio. Ed è bellissimo, così nuovo e così gentile! Mi sembra che lo spazio si sia allargato improvvisamente. L’attenzione cade spontaneamente su singoli suoni vicini e lontani: il fischiare del vento, lo scampanare dei collari delle pecore sulla valle opposta, il chiamarsi dei passeri.
Giorni dopo arrivo in una strada trafficata, mi sento un po’ asfittico, accendo la musica, mi aiuta a far correre i pensieri che nel frattempo si sono fatti capricciosi.
Poi torno su di una strada di campagna e mi investono gli odori delle piante in fiore. Mi torna in mente di aver sentito quegli odori ogni volta che sono venuto sull’isola, è un po’ il suo marchio di fabbrica. Alcuni sono nuovi e mi stupiscono. Poi arrivo a Nuoro, forse unica vera città della Barbagia, e mi sbuffano a fianco decine di camioncini mal carburati, fuoristrada e corriere vecchie e puzzolenti. E i loro copertoni fanno sull’asfalto un frastuono assordante per quelle orecchie delicate che ho messo su con qualche giorno di natura. E pensar che sulla montagna c’era uno stormo di… pernici? che per decine di minuti ha volteggiato per la valle. La cosa più bella era sentire il rumore di quel centinaio d’ali, meravigliosamente coordinate da una magia che penso la nostra scienza non sia ancora riuscita interamente a spiegare.

Ecco, tutto qui; non penso di aver capito molto di come gira il mondo, ma mi sembra assurdo pensare che quando i nostri sensi sono tutti inquinati, la nostra anima corrotta dai materialismi, le nostre menti instupidite dalle sit-com e dalle pubblicità e i nostri corpi anchilosati dallo stress e dalla mala alimentazione, noi si possa trovare davvero la felicità, quella vera, quella che ha le radici profonde e non se ne vola via con una nuova, quotidiana preoccupazione.

 

A Bitti ci arrivo in tarda mattinata dopo una meravigliosa discesa nel cuore di una foresta densa e autunnale. La strada corre con una pendenza lieve e serpeggia dolcemente lungo il profilo del versante. Questa è l’ultima vera meta del viaggio; qui vorrei incontrare Daniele Cossellu, uno dei 4 famosi Tenores di Bitti, coloro che hanno portato il peculiare canto a tenore nel mondo. Di Daniele me ne ha parlato Rubanu di Orgosolo, musicista in pensione che ora gestisce un bazar in stile “di tutto un po’ “, nonché animoso raccontastorie.
Arrivato in paese vado diretto a quello che nei giorni passati mi ha dato prova d’essere la forma di ufficio del turismo a me più funzionale in queste realtà paesane: la pasticceria di tipicità! La formula è: entri, liberi il bambino goloso che hai dentro, accetti l’assaggio che ne segue, cominci a raccontare del tuo interesse per le storie locali, ascolti, compri e te ne vai pagando tutto a prezzo scontato.
La pasticcera mi consiglia di andare al market gestito dalle figlie del mio uomo. Serbo i dolci per più tardi e vado al negozio. Qui la figlia lo chiama al telefono, discorre un po’ in sardo -di cui colgo solo qualcosa tipo pitticheddu, che credo significhi ragazzino- e mi dice che il padre mi aspetta alla sua bottega di calzoleria.
Come entro Daniele mi squadra come se non avesse capito che ero la persona che aspettava. Mi sento studiato e questo mi accende l’emotivitá; mi sembra di fare una gaffe dietro l’altra! L’uomo che mi trovo davanti ha una ottantina d’anni; è tozzo ma non è grasso, la calvizie ne accentua le folte sopracciglia. Ha le mani sode e ferme, le braccia le tiene spesso incrociate sul petto. Non gesticola molto e parla soppesando ogni parola, tutto il contrario del suo collega d’Orgosolo!
Come comincia a raccontare la sua storia mi rilasso e anche lui sembra far ciò che fa, con piacere…
Negli anni ottanta Peter Gabriel aveva un etichetta con cui promuoveva la musica tradizionale di tante zone del mondo. Amando le forme di canto a tenore, incaricò un suo collaboratore di trovargli delle registrazioni dei vari gruppi sparsi per il territorio. Gliene giunsero 30 e da queste selezionò il gruppo di Bitti. Fu così che nel 1985 Daniele e i suoi tre colleghi, gente umile di paese (un calzolaio ed un pastore, due di loro) furono chiamati a Caceres, in Spagna per partecipare allo Wuomad, festival delle arti,danze e tradizioni. Da lì hanno fatto parte dell’etichetta di Gabriel, ma non hanno mai concesso l’esclusiva a nessuno.

“C’erano tempi in cui eravamo più spesso fuori a cantare che nelle nostre case”, racconta. “E c’era chi ci prometteva che vendendogli l’esclusiva, ci sarebbero stati garantiti ancora più concerti, ma non mi è mai interessato. Volevo che chi mi cercasse, parlasse con me, mi chiamasse qui in calzoleria”.
“Altrettanto non mi piaceva firmare contratti per le serate. Io davo la mia parola, ma quelli non ci sono abituati. Pensavano che poi ci saremmo tirati indietro se avessimo ricevuto un’offerta migliore. Ma per noi qui la parola è il più stretto dei vincoli. Sai in sardo diciamo: il bue si lega con la stringa, l’uomo con la parola”.

“Professionalmente, per noi gli anni attorno al ’95 furono quelli di maggior successo. Ci chiamavano tutti, dal Giappone alla Nuova Zelanda; girammo 32 stati e tutti i continenti. Ma al contempo in paese nessuno a parte noi non cantava e mi venne voglia di fondare una scuola. In comune mi appoggiavano e in breve la scuola venne aperta. Il primo anno avevamo 23 iscritti, il secondo 27; venivano da tutta la Sardegna. Io insegnavo il canto di Bitti, non ho mai insegnato altro. Sull’isola abbiamo circa 60 canti, per 60 paesi. Ognuno con le sue armonie. Io volevo che i canti mantenessero la loro identità e non si perdessero, mischiati gli uni con gli altri.
Il terzo anno facemmo un corso di perfezionamento per chi aveva già frequentato.”

E poi?

“E poi mi accorsi che senza volere, avevamo organizzato il nostro suicidio! Un gruppo aveva imparato bene e fu così che, senza dire niente a nessuno, andarono in Siae a registrarsi come Tenore di Bitti, tale quale a noi, meno una S. Fecero i siti internet prendendosi il .it e .com, mentre noi eravamo .net e così di li a poco ci soppiantarono in buona parte. Le organizzazioni magari non ci conoscevano personalmente, ma ci avevano sempre trovati come Tenores di Bitti. Così poi, cercando noi, finivano per trovare loro.”

Daniele e io continuiamo a chiacchierare ancora, è nata un intesa; entrambi crediamo che il mondo si stia muovendo troppo in fretta, che tanto vada uniformandosi e si appiattisca. Lui sul tramonto della sua vita, io (con un po’ di fortuna) con qualche anno in più davanti.

Ieri ero intelligente, ecco perché volevo cambiare il mondo. Oggi sono saggio, ecco perché sto cambiando me stesso.

(Sri Chinmoy)

bitti

 

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