Compro una vocale: la A di Africa!

UGANDA

Se ne sta lì, dritto sulla punta d’una delle fronde mozze della palma che cresce in giardino, e guarda il mondo con quel suo compulso muoversi a scatti, tipico degli uccellini. È meraviglioso, forse 5 grammi, forse neanche, di pura bellezza; il piumaggio di un rosso acceso, le zampette nere e sottili come fili, la sua taglia così minuta per un animale che, fatte le giuste proporzioni, non è differente da un merlo, da spingere la mente a scrostare ancora una volta l’ossidazione dell’abitudine e ricordare che tutto, in fondo, è relativo o relativizzabile. Facevo lo stesso giochetto mentale ieri in aereo mentre sorvolavo Doha, capitale del Qatar, e il suo centro economico punteggiato di torri e grattacieli altissimi -ora tanto in voga nelle megalopoli, che paiono fare a gara a chi ce l’ha più lungo-. Questi colossi, visti da lì, sembravano davvero pezzetti di un plastico in scala, verosimile si, ma ovviamente finto.
Nel mio viaggiare cerco di prendere questa direzione, lontano dalle abitudini della mia gente, in mondi nuovi, che frullano guidati un po’ dagli stessi, un po’ da diversissimi meccanismi. Dove possa stupirmi che l’assurdo è la norma e la mia logica non è applicabile.
Penso che il viaggio sia un’attività nobile e costruttiva, ma se vissuta con l’intento di interiorizzare un cambiamento, se preso insomma come una scuola. Le scuole oggi insegnano perlopiù per imposizione, ma ci sono realtà di nicchia che hanno capito che l’apprendimento deve passare per il divertimento, lo stupore e l’empatia.
Mi sembra che il viaggiare, oggi sia visto come un non-lavoro, una meritata pausa di relax dopo tanto dovere (il lavoro, dovere civile, quasi un assunto, non il risultato dell’espressione della propria passione per qualcosa), una medicina in un certo senso.
Io invece penso che l’andare di luogo in luogo, per un po’, stando vicino alle realtà locali, sia proprio una scuola, l’università pratica dove non si impara a fare qualcosa di specifico -magari pure si-, ma dove si capisce un po’ meglio come gira il mondo e che posto si vuole poi occupare in questo.
In Inghilterra ad esempio il gap-year è di tradizione: i diplomati freschi si prendono un anno per viaggiare per il mondo lavorando e mantenendosi da soli. Tornano a casa e hanno le idee più chiare di quel che vogliono fare “da grandi”.
Mi tornano in mente le parole di Herman Hesse nel libro Camminare; diceva che la signora Smith di Londra, il signor Bressòn di Parigi ed il signor Rossi di Roma avrebbero potuto tranquillamente scambiarsi le destinazioni di viaggio e sarebbero tornati raccontando pressoché le stesse storie, avendo frequentato gli stessi posti costruiti a misura di turista europeo, con i loro negozi tutti identici a quelli a cui erano abituati a casa, città dopo città, nazione dopo nazione. Ed era ormai un secolo fa, le cose non sono cambiate molto dopotutto!

Ieri, la strada che ho percorso dall’aeroporto fino alla guest-house dove sono ospite per 2 giorni, prima di trasferirmi nel villaggio dove si svolgerà il campo di volontariato, mi sembrava il teatro dei paradossi. Le strade ugandesi sono tra le più pericolose al mondo (no no, scherzavo babbo, so che mi stai leggendo!), così dice la Farnesina, e forse non si sbaglia di molto: la strada è larga, alle volte 2 corsie, alle volte 4, più una ampia banchina terrosa spesso usata per scansare profonde buche o mezzi che provengono da ogni direzione. Ovunque sfrecciano i motori, mai troppo diversi tra loro, vecchi duri ma ben mantenuti -o vengono prodotti ancora così con il doppio ammortizzatore posteriore quaggiù?- carichi di uno, due o tre o…quattro persone! tutte rigorosamente senza casco.
Non ci sono pressoché attraversamenti pedonali -se ci sono, sono vecchi e scancellati e sono completamente ignorati dai mezzi- e il clacson è la soluzione a tutti i mali: un pedone sembra voler sfidare la sorte? Gli suoni e procedi senza rallentare! Un guidatore di Boda-boda (il moto-taxi) o di Matatu (il furgo-taxi coi i posti più stretti che abbia visto) devono procacciarsi clienti? Percorrono il bordo strada lentamente e suonano di continuo!
Se da noi ogni negozio ha un insegna, qua ogni negozio è un insegna. Pare che le multinazionali – CocaCola, Pepsi, gestori telefonici – e le industrie locali, paghino una quota ai proprietari degli stabili che si fanno pitturare l’intero edificio del colore dello sponsor, con al centro una bella insegna. Capita spesso che la casa-CocaCola venda carriole e badili, oltre che bibite.
La strada è il centro nevralgico del commercio e tutto si svolge alla luce del sole. L’elettrauto ha un minuscolo casottino di lamiera per i componenti e il bordo strada come officina, le bibite vengono impilate in mucchie alte metri, fuori dai locali, e gli show-room di divani e letti a baldacchino sono i giardini dei casotti che ospitano le falegnamerie che li producono. Chiedo al mio autista se di notte le merci vengono rimesse al coperto e lui annuisce distrattamente. Ma dove non saprei…

Sissi lavora alla guesthouse dove sono ospite. Quando le dico che ero un po’ teso in macchina, sfrecciando in mezzo a quel caos, si fa una risatina e mi prepara per quando andrò a Kampala -la capitale-; quello è caos!
Proviene da un villaggio a 6 ore di bus da qui, sul bordo di un parco nazionale. Secondo lei la sua gente non è mai veramente povera. La terra gli dà il quello di cui abbisognano e nessuno è lasciato completamente a se stesso. In città o nelle periferie come qui è diverso. Il parroco del suo paese, Pare Bono, italiano, volle morire in Africa. In Europa, diceva, i vecchi sono soli, sono visti come un peso alla vita indaffarata dei più giovani.
Sono d’accordo e il pensarci mi riporta alla mente due storie. La prima me l’ha raccontata un amico che vive nella regione del Chianti. Pare che ai vecchi tempi, nelle boscose campagne collinari della sua area, una famiglia -un nucleo che comprendeva tre o quattro generazioni, tutte sotto lo stesso grande tetto- non necessitasse di niente più che tre cose, dal mondo esterno: sale, stringhe in pelle e zolfo per fare i fiammiferi. Tutto il necessario era prodotto all’interno della comunità dell’area. Spesso poi, per far festa, i giovani andavano in visita ai casolari limitrofi, portavano gli strumenti e facevano musica e baldoria. Così anche i vecchi non erano mai soli e avevano sempre nuovi stimoli.
Se la vecchiaia è una condizione fisica, è altrettanto uno stato mentale; e non c’è dubbio che i due casi si influenzino a vicenda. La mamma si Sissi è anziana, ma passa tutta la giornata lavorando nell’orto e, tornata a casa la sera, si occupa di preparare da mangiare per il resto della famiglia. Mantenersi giovane le è necessario e, sebbene con crescenti difficoltà, il corpo la asseconda.
I nostri anziani invece, sono sempre più trattati come un ingombro. Al volante guidano troppo piano per la nostra adorata fretta, spesso hanno bisogno di attenzioni, ma vivono altrove e dedicargli del tempo è solo un altro impegno. Non avendo più molto a che fare con un mondo che cambia più velocemente della loro capacità di adattarvicisi, tendono ad isolarsi nelle loro case, escono poco e guardano tanta televisione.
È questa la regola? No. Ma è una tendenza.
Siamo così pieni di doveri per cose che in fondo non c’entrano nulla con noi, ma che ci sono sempre state vendute come <>, così ben fagocitati dalla logica della frenetica competizione e della redenzione di noi stessi attraverso l’aumento dei nostri possedimenti, così timorosi di perdere ciò che con tanto <> ci siamo guadagnati, che ci riesce difficile pensare al dedicare il nostro tempo a farci raccontare le storie d’infanzia da nostro nonno o a sbucciare i fagiolini con la nonna come un opportunità più che un peso. E poi, dove si trovano più i fagiolini crudi?
Un video che ho visto su internet è la seconda storia: una struttura (o era un insieme di strutture? Speriamo…) nel nord Europa ospita anziani che vivono in comunità insieme a giovani studenti che hanno un affitto ridotto se investono un po’ del proprio tempo nel prendersi cura dei coinquilini. Entrambe le parti sono molto felici della convivenza.
Chiedo a Sissi cosa è cambiato nella vita del villaggio da quando è stato istituito il parco a pochi chilometri da casa sua. I più sono più poveri di prima, alcuni sono riusciti a metter in piedi strutture di ricezione e affittano camere. Di tutti i soldi delle entrate al parco (prezzi occidentali) i locali non vedono niente. In compenso, se una famiglia si ritrova con un raccolto misero, il capofamiglia non può più andare a caccia per ovviare all’inconveniente.
Con il turismo però non se la prende. Ciò che non le va giù è l’indifferenza dei suoi stessi connazionali più abbienti nei confronti dei meno fortunati.
La nostra discussione prende una piega un po’ triste e penso di cercare un cambio di atmosfera suonando qualcosa.
Sissi è felicissima di sentire il Didgeridoo e dice che nella tradizione musicale del suo villaggio c’è uno strumento simile che si suona di lato come un flauto traverso, ma che è musicalmente simile al mio. Lo suonano le donne, e le danze sono capaci di andare avanti tutta la notte, tanto che a fine serata le musiciste hanno le labbra tutte deformate dal suonare incessantemente.
Da quanto capisco Sissi viene da un posto molto bello, sul bordo del parco nazionale, sulle rive dell’infinito Nilo,il quale ha ancora tanta strada da fare fino al mare, ma che qui si getta in una scenica cascata che dà appunto il nome al parco nazionale.
Sto già pensando di andare a visitarla una volta finito il campo di volontariato, lei torna a casa in quel periodo e sarebbe una bella apertura per le due settimane di viaggio che farò con Irene, che mi raggiunge il 25, giusto in tempo per festeggiare il suo, il mio ed il compleanno di Gesù!

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