IL CAMALEONTE DI JACKSON

Da quando è arrivata Irene, il giorno di Natale, di strada se n’è fatta parecchia. Perlomeno per uno come me che è abituato a viaggiare in bicicletta. Il punto è che a prescindere dalla distanza effettivamente percorsa, la sensazione è quella di aver macinato un sacco di chilometri.
Per niente. Una trata che in Italia potrebbe richiedere un paio d’ore di autobus qui, in certi casi, è un affare da una giornata intera.
Ieri, alle nove del mattino, Irene ed io ci si presenta nel taxi-park di Hoima volendo prendere un Matatu per Fort Portal, a ovest, verso le montagne. Siamo subito accerchiati, ognuno canta la propria offerta, cerca di farci prendere il suo mezzo. Chi mi afferra proprio per un polso e tira. Chi si dichiara subito: “uomo bianco, aiutami, dammi soldi!”
Poi saliamo sul minibus, scatta l’attesa. Non c’è programmazione, si parte quando si sono riempiti tutti i posti. Arrivano quelli a offrire merci dal finestrino, quelli che vogliono il nostro contatto, vogliono essere nostri amici. Siamo occidentali, persone-opportunità. Poi quelli a mendicare uno spicciolo. Che fai, non glieli dai? 15 centesimi di euro qui son già soldi. Ma quante volte al giorno si ripete questa scena? Poi è giusto diffondere questa idea della lotteria ambulante, del bianco-riccoperdefinizione? No perché qui non si scherza, con il livello di educazione medio, con la scuola che oltre ad essere organizzata malissimo, è frequentata solamente da una fetta della popolazione, l’idea che l’occidentale sia l’inesauribile banco degli spiccioli e delle soluzioni è parecchio diffusa.
O forse non c’è bisogno neanche di questo, ci si prova. Ci si prova e basta. Ci prova il ragazzino che per ridere con gli amici si sfrega pollice, indice e medio per dirti di dargli denaro. Ci prova la contadina che è al mercato a vendere le proprie verdure ed è finita in un angolo di una tua foto e per questo vuole essere pagata. Ci prova il matto di paese, lo storpio e l’ubriacone. E visto che la gente nei mercati, nei taxi-park, sulla strada, è tanta davvero, finiscono per essere tanti pure questi che ci provano. Non costa niente.

Alle undici, due ore più tardi, partiamo. Ci dicono che il Matatu ci mette “precisamente dalle tre ore e mezza alle cinque ore, per Fort Portal”. Ce ne sono volute sette. Stipati in numero variabile da quindici a venti, in un furgoncino che da noi sarebbe omologato al massimo per dodici, rimbalzando come sassi in un setaccio tra i dossi e le buche di strade di terra disfatte ed enormemente polverose.
Degli adesivi appiccicati dentro al Matatu incitano a far sentire la propria voce se il guidatore ci pesta troppo sull’acceleratore. Ma nessuno pare preoccuparsene, men che meno l’autista che sembra al rally di Montecarlo.
Il sovraffollamento è una condizione costante nella vita di un ugandese. È un assunto, niente di strano, nulla di cui lamentarsi al bar.
Sovraffollata è la famiglia – 6 figli per donna in media -, la scuola, dove dalla prima elementare i bambini imparano a stiparsi in classi di anche cento alunni. Sovraffollata è la strada, i mezzi di trasporto, i mercati, i posti di lavoro. È la normalità, così è la vita, e d’altronde, seppure disagevole, si tende ad accettarla senza troppa opposizione.
Io però non piscio da ore, mi fa un gran male la vescica. Ho i nervi tesi, penso di farla in una bottiglia e gettarla fuori dal finestrino. Ma poi si presenta un’opportunità e schizzo fuori dal bagagliaio, essendo l’uscita bloccata da tre file di persone.
Arrivati a Fort Portal siamo esausti, una ragazza tedesca che ha condiviso il viaggio con noi ci indica una panetteria dove fanno dolci veri, al forno. Il posto è delizioso, si respira un’aria di casa, di caffè all’europea. Ci ingozziamo, rinveniamo, tornano le forze per ridere. Troviamo un albergo dietro l’angolo, quattro euro a testa. Fatta!

I trasporti pubblici in Uganda sono tutti in mano a compagnie private o singoli individui. Di ferrovia ce n’è una ma è in disuso da decenni. Fatta eccezione per gli autobus, che effettuano sono trasporti extra-cittadini, e generalmente abbastanza vecchi e scomodi, i mezzi di trasporto che spopolano nel paese sono essenzialmente due. Il primo è detto Matatu. Ha questo nome in buona parte del paese, ma capita pure che venga chiamato taxi e basta. È un veicolo delle dimensioni di un furgoncino; precisamente quelle di un volkswagen degli anni 70, quello degli hippies per intenderci. Un viaggio con questo è molto economico per un europeo, ma il conto si paga in disagio. Coprire una lunga distanza in Matatu può essere un parto, specialmente, appunto, quando il tragitto prevede strade scassate.
Ma il risvolto della medaglia c’è, ed alle volte è davvero un gran gusto. Si chiama Boda-Boda e non c’è posto dove non ti possa portare.
Il Boda-Boda è un taxi a due ruote che può caricare una, due o, neanche troppo eccezionalmente, tre persone oltre il conducente. Si potrebbe pensare che allo scopo possa fungere qualsiasi motocicletta, ma non è così. C’è un modello, detto Boxer – un nome un programma – che da solo satura il mercato. La concorrenza quasi non esiste.
Sembra esser rimasto immutato da decenni, e ancor oggi ha le fattezze delle vecchie motociclette degli anni settanta: il fanale tondo anteriore, una doppia coppia di pedaliere per appoggiare i piedi per i numerosi passeggeri, come doppi sono gli ammortizzatori, uno di qua e uno di là, ed una lunga sella piatta quasi allo stesso livello del serbatoio, così che il conducente ci possa slittare sopra quando i passeggeri sono due o più.
Il contachilometri dei Boda-Boda è più che altro una decorazione. Molto raramente funziona.
Le luci invece sono mantenute funzionanti, ma utilizzate con molta parsimonia. Nelle ore crepuscolari si accendono solo per segnalare la propria esistenza ai mezzi che provengono dalla direzione opposta ma che, come tutti, prendono il concetto di senso di marcia con elasticità.
Il casco, se c’è, è spesso allacciato al centro del manubrio. Una specie di totem.
Il fanale anteriore, alle volte, è protetto da un paraurti di metallo al quale capita di vedere attaccata una targhetta che porta massime come: “God is good”, “survivor N*1” o “big size”.
Gli autisti di Boda-Boda sono essenzialmente di due tipi: infra-Kampala ( la capitale) e provinciali. I primi guidano con un istinto di sopravvivenza appena sufficiente ad evitare la certezza di un incidente ogni volta che si mettono al volante. Paiono fare la loro scommessa col destino tutte le mattine.
Al bianco di turno sparano sempre in alto col prezzo. Generalmente raddoppiano. La soluzione migliore sembra rilanciare al 50 o 60% e aggiungere un 10-20% per una guida rilassata ( mpolá-mpolá ).
Nei paesi invece l’andatura dei Boda rispecchia lo spirito della popolazione, essenzialmente rilassato.
Quando non trasportano passeggeri, questi muli d’acciaio possono esser carichi di qualsiasi merce, in quantità il cui limite non mi è ancora troppo chiaro. Caschi di banane, sacchi di caffè, divani, pila di sedie alta un paio di metri, assi di legno, canne di bamboo, un letto.
Guidare un Boda-Boda è considerato un buon lavoro. Possederlo ancora meglio. Per molti è l’unica occupazione e fonte di guadagno, ma alcuni ci arrotondano lo stipendio dopo il lavoro o la scuola, che è costosissima.
Il termine Boda-Boda pare provenga dal Kenia. Non è una parola swahili ma una una modificazione del termine inglese “border” – limite, dogana -. Il nome si riferisce all’azione di trasportare un passeggero da un posto ad un altro. Forse i limiti in questione sono quelli tra i territori delle varie tribù, ma qui si può solo supporre.

La zona di Fort Portal è davvero bella. Un territorio ondulato e lussureggiante a 1500 metri di quota. Circa 500 più in alto del lago Vittoria, quindi a buona parte del paese.
In passato quest’area doveva essere tutta un ribollire di vulcani; i crateri sono numerosissimi. Tutti bordati da colline verdi alte non più di un centinaio di metri, ospitano talvolta laghetti circolari, idilliaci. La presenza dell’acqua consente alle scoscese rive d’essere ricoperte d’una folta vegetazione tropicale, popolatissima di uccelli e in certi casi di scimmie. Queste appunto sono state il centro di ogni mia attenzione, all’ora di pranzo, qualche giorno fa…

Con l’ultimo soffio di fiato, in sella ad una vecchia mountain bike, guadagno il crinale che bordeggia il lago Nkuruba, dove vive una piccola comunità che si prende cura dei visitatori. Irene è saggiamente scesa dalla bicicletta ed è rimasta un po’ in dietro. C’è un prato in discesa che ospita dei begli alberi dalla chioma folta. In cima, sul crinale, che non sarà più largo di cinque metri, sorgono delle capanne dal tetto di paglia, in piena armonia con l’ambiente che le ospita. Irene mi raggiunge e veniamo accolti calorosamente da due ragazzi su per giù della nostra età che ci raccontano la storia del posto che stiamo visitando. La comunità nasce da un orfanotrofio fondato da missionari cattolici. Gli orfani sono cresciuti e per mantenersi mandano avanti questa semplice e graziosissima attività di ricezione turistica. Samuel ha frequentato l’università per guide turistiche e ora porta gli ospiti a vedere scimmie, uccelli e piante tropicali nel cratere, che è un po’ come il giardino di casa, per loro. Il ricavato contribuisce a mantenere l’orfanotrofio che, in questo paese, non ha certo problemi di utenza limitata.
Non avrei mai pensato che un paradiso potesse nascere da ciò che di più vicino c’è all’immagine della bocca dell’inferno, un vulcano; ma dal letame nascono i fiori dopotutto.
Il lago Nkuruba è uno dei pochi balneabili dell’Uganda, privo di parassiti. Attraversarlo a nuoto è questione di un paio di minuti. Tutto attorno alberi maestosi prostrano le proprie fronde fin dentro l’acqua.
Tre sono le specie di scimmie che popolano questa foresta. Su di loro ho una mia idea, chiara: i Colobi Bianchi e Neri sono indiscutibilmente i più belli, I Colobi Marroni i più territoriali e le “original monkeys” – così le chiamava la nostra guida, ma la mia incapacità di riconoscerle dopo un corso di primatologia all’Università mi imbarazza non poco – sono senza dubbio le più simpatiche. A differenza delle altre due specie sono molto socievoli e hanno ben chiaro in testa il concetto che Homo-sapiens equivale a cibo-facile.
Ad un certo punto eravamo accerchiati. Ogni minima distrazione corrispondeva ad un furto fulmineo. Mangiavamo con l’ansia dello sciacallo, che sa bene che il suo pasto può finire da un momento all’altro se nei paraggi si aggira un leone o un branco di iene.
In realtà, privarsi di un poco di cibo per farselo prendere da quelle manine nere, troppo simili alle nostre, era una gioia che dava assuefazione, ma la loro fame sembrava essere senza fine. Tanto meno il loro numero! Ad un certo punto è arrivato pure il maschio dominante, spavaldo, col pene fuori e coi testicoli blu. Chissà perché aveva bisogno di tenerlo fuori quel suo cosino a forma di fungo champignon?! la cui funzione, diceva il mio professore, è quella di asportare lo sperma del maschio che lo ha preceduto, onde massimizzare quella che, sempre il mio professore, chiamava la fitness, cioè il suo successo riproduttivo. Belle cose si imparano all’università eh?!

La zona di Fort Portal è davvero bella. L’ho già detto, vero? Si, ma sono sicuro di non aver ancora reso l’idea. Suvvia, cos’altro ci sarà ancora di così unico e peculiare?! Una pista da sci all’equatore? Un resort cinque stelle con pizzeria e affogatto al caffè -come lo scrivono qui -? Leoni zebre iene elefanti bufali ippopotami avvoltoi giraffe masai a portata di clic? No, montagne. Le mie adorate montagne. Le mie pacifiche, accoglienti, possenti e gloriose montagne. Con il loro costante sottofondo di acqua che cade e gorgoglia in fondo alla valle. Con la loro brezza fresca e i bruschi cambiamenti climatici. Con le genti e i loro ritmi, ancora sintonizzati col respiro della natura.
C’è una sensazione ricorrente che quest’Africa mi richiama. Un senso di profonda connessione con la terra. Non mio, non solo. Del genere umano. Quanto più vicina alla natura di cui siamo figli è la vita di un uomo, tanto più chiaramente questa mostra l’archetipo fondamentale dietro alle conquiste dell’uomo “civilizzato”.
Ho visto nascere la musica. Prendere forma dal costante su e giù di una lunga sega azionata da due tagliaboschi, fondersi con il canto degli uccelli e perdersi nel vento.
L’ho sentita nel fendere del macete sul legno secco e nel grattare di una spugna sulla superficie di una pentola che ne amplificava il suono. Nel picchiettare di un bambino un legnetto su di una tanica, nel rimbombare dei tamburi in lontananza. Legno, pelle e tendini di capra. Nient’altro.
È un aspetto meraviglioso questo, di una vita di semplicità. Ma è ciò che vedo perché in fondo è ciò che cerco. Perché ho vissuto il suo contrario e in un certo senso ne sto fuggendo. Ma come incapace sono di abbracciare la vita come mi è stata proposta nella fetta di mondo dove sono cresciuto, altrettanto non sono pronto a scendere ai compromessi che comporta l’esistenza che queste persone conducono. Mi limito ad assorbirne, per quanto mi riesce, la poesia. Che, mio malgrado, è solo un aspetto di una realtà vasta e complessa. Bella e crudele, giusta e sbagliata, durissima e gentile.

Dalle prime luci dell’alba la polverosa strada di fondovalle si fa teatro di un quotidiano esodo. Decine e decine di anime, senza eccezione di età o sesso, la percorrono verso monte; verso i propri appezzamenti, spesso in affitto a piccoli proprietari. La valle è profonda e i terreni scoscesi, ma fertili.
Le genti di questa valle hanno una resistenza sorprendente. Ogni mattina chilometri di distanza e centinaia di metri di quota per riportare, la sera, legna da ardere, tuberi o banane, sul capo; con quell’eleganza e quella dignità che possiede chi combatte.
Se chiudo gli occhi sento ancora lo scrosciare di quel fiume in fondo alla valle.
Una valle alternativa, anticonformista. Dove i ruoli si invertono e il turismo diventa, in un certo senso, lo strumento di tutela, di conservazione del suo fragile equilibrio.
La valle è la porta del parco nazionale dei monti Rwenzori. Uno dei tanti della “perla d’Africa”, l’Uganda, come soprannominata da Wiston Churchill.
Il bordo del parco è marcato da un evidente cambio vegetazionale. A valle le coltivazioni di versante, gli eucalipti introdotti, le rive erbose; a monte le spumeggianti chiome degli alberi tropicali, la densa, intensa vegetazione della foresta pluviale.
Verosimilmente il territorio si presentava così anche fuori dal parco, ma le attività umane ne hanno cambiato faccia, l’hanno adattato alle proprie esigenze. Che dire, colpa non ce n’è. Non certo ne ha la contadina che disbosca una fettina di giungla per coltivare verdure per sfamare i suoi tanti figli. Non l’ha il ragazzo che abbatte un albero perché abbattere alberi è il suo mestiere, e gli basta appena per avere di che vivere.
Forse ce l’ha un po’ il governo che, a detta di alcuni, potrebbe impegnarsi di più a limitare le nascite, lo spropositato aumento di popolazione e quindi l’ovvio crollo delle risorse pro-capite. Ma chi lo sa davvero che problemi quelli là debbano affrontare, dovendo gestire la questione su scala nazionale?
Sta di fatto che il parco rappresenta un ancora. Costa molto, anche per tasche occidentali, ma almeno nei suoi confini l’impatto umano è minimo.
Io ed Irene lo abbiamo giusto lambito. Una toccata e fuga. Davvero, una fuga dalle formiche di fuoco che non si sono fatte sfuggire l’occasione rara di due ingenui con scarpe da ginnastica e sandali a giro per il loro regno. Quelle bestie fanno un male cane. Sono organizzate in caste. Senza saperne molto, abbiamo potuto notare almeno due tipi: le operaie – piccole – e le soldato – enormi e armatissime di mandiboloni acuminati -. Le prime mordono duro, le seconde durissimo. Irene, la più sfortunata, aveva una gamba anestetizzata dall’acido formico. Io questa cosa l’avevo già vissuta i primi giorni in Uganda ed ero in un certo modo preparato, oltre ad avere le scarpe piuttosto che le Birkenstock.
Almeno, tolto il dolore, non abbiamo pagato dazio in altro modo. L’entrata al parco, un ora prima del tramonto, era aperta e non sorvegliata. Settanta dollari – che non avremmo mai pagato – risparmiati!
Da aggiungere che le strutture di ricezione turistica della valle sono, direi, tutte gestite da autoctoni. Come molte attività, come il campeggio sul lago Nkuruba, dove i profitti della struttura foraggiano l’orfanotrofio, anche qui le poche e intime guesthouses, le aree campeggio, sono state avviate come progetti di aiuto e sviluppo da occidentali e lasciati in mano agli abitanti della valle.
Il turismo in questo paese è molto ingente. Porta tanti soldi al governo – entrate ai parchi salate -, ma anche molte comunità locali ne traggono beneficio e acquisiscono consapevolezza dell’importanza della tutela delle risorse naturali.

Un viaggio dai forti contrasti. Dentro e fuori. Un viaggio-scuola, che mi fa credere che stia apprendendo qualcosa. Che in fondo è ciò che cerco. Ciò che, come un posto smette di stupirmi, di disilludermi e di insegnarmi, torna a smuovere quell’irrequietezza di fondo che ho, che cresce fino a che non mi rimetto in cammino verso nuovi piani di confronto col mondo e con me stesso.
Cerco una forma di pace, di comprensione della vita e di gioioso appagamento che venga da dentro, e che non mi chieda di frullare come una trottola per i meandri della terra per sentirmi felice e realizzato. È ciò a cui miro, sto lavorando per questo. Per definire e trovare questo stato. Ma viaggiare, per ora, è la mia reazione più naturale ed evidente, il sintomo e al contempo la cura. Una malattia che si risolve facendola sfogare.

E il camaleonte?
Ah eccolo!

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John, il Boda- man più stiloso che abbia incontrato. Il suo mezzo è come l’immagine sulle confezioni dei cornflakes, ha il solo scopo di presentare il prodotto.

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