SIAMO NELLA STESSA BARCA

 

Il molo non esiste. Non c’è neppure un ormeggio, non un attracco dove le barche possano fermarsi per caricare merci e passeggeri. Certe se ne stanno appoggiate su un fianco, c’è bassa marea, altre sono ancorate al largo.
Si sale a bordo trasportati da delle chiatte stracariche, traboccanti di gente e delle loro cose, mosse contro un forte vento da un barcaiolo armato di un lungo palo di legno spinto contro il fondale sabbioso.
Decine di zanzibarini si accalcano sulla spiaggia bagnata, appena liberata da una marea calante, in attesa che una di queste crepate, scrostate imbarcazioni, li venga a caricare per traghettarli fino alla barca principale.
Ho un costosissimo biglietto che non mi riserva alcun diritto sugli altri passeggeri se non quello di essere l’unico bianco sulla nave. Le autorità marittime non gradiscono che gli occidentali viaggino su questi mezzi locali, ho dovuto corrompere il capitano pagando il quadruplo per far si che chiudesse un occhio.
Incredibile ma vero, stanno imbarcando in tempo, e Omar, che mi hanno spacciato per il vice-capitano, mi fa segno di salire sulla sua chiatta.
Ormai carico come un mulo, con la linea di galleggiamento a meno di una spanna dal bordo, questo potente mezzo della flotta commerciale zanzibarina comincia ad arrancare contro vento ed onde. Omar dapprima spinge la barca stando a mollo fino alla vita, poi salta sul ponte, e in piedi sull’unico asse libero, fa’ forza sul palo di legno.
A metà strada verso la barca che ci trasporterà fino alla costa tanzaniana, il mio gondoliere mi dice di pagare il suo collega. Per cosa scusa? Con quello che ho speso il mio biglietto varrebbe anche per un ricevimento dal papa, e ora questo vuole altri soldi? Glielo faccio presente, ma lui ride. Se è vice-capitano, lo è di questo paio di assi vecchie e malconce con cui ci sta trasportando, ma pare che il servizio shuttle non sia compreso nel prezzo del mio biglietto speciale. Sia qui che in Uganda i prezzi definitivi non è uso preventivarli prima della fruizione del servizio.
Sibilo alla donna che ho affianco un’utilissima combinazione di termini in swahili: bei cani – quanto costa -. “Due mila” mi risponde pronta; almeno qui non devo quadruplicare l’importo.
Salito a bordo mi accomodo dove trovo posto, ovvero su due sacchi di riso, e mi godo lo spettacolo.
Sono eccitato dall’idea di essere uno dei pochi testimoni di una realtà così lontana dal mio mondo, ma al contempo così normale in questo.
Sulla chiatta che ci segue è il caos. Una donna deve aver molto da ridire sul servizio, sembra così arrabbiata che non mi stupirei se le vedessi sputare una vampata di fuoco verso il marinaio con cui se la sta prendendo. O sarà solo il proverbiale calore africano? Fatto sta che su quella barchetta c’è tensione. Presto i bambini irrompono in un pianto collettivo, mentre mille mani se li passano per sbarcarli sulla nave. Alcune donne continuano a discutere animosamente mentre una manciata di uomini, appollaiati a sedere su di un palo orizzontale sopra di loro, osservano la vicenda con pacata indifferenza.

La capacità massima mi sembra raggiunta da un pezzo, ma le barchette continuano inesorabilmente ad arrivare e riversare il loro contenuto nell’affollato scafo scoperto. Ognuno deve reinventarsi continuamente le posizioni: via dai sacchi di riso, sulle taniche d’olio, da stesi sul ponte ad accucciati coi bambini in braccio.
Ad ogni imbarco mi chiedo se il capitano sia nascosto in questa nuova ondata di passeggeri, se sia già sulla nave, o debba ancora arrivare. Quello che è certo è che non avrà l’uniforme, le mostrine o il cappello da ufficiale.
Infatti, giunto per ultimo sulla barca, lo riconosco solo perché si accomoda subito alla posizione di guida, sfrattando me e qualche altro poveretto che aveva ingenuamente occupato questi succulenti posti liberi.
Non che la sua fisionomia sia in contrasto con l’essere un uomo di mare, ma a pelle lo vedrei bene come camionista. È tarchiato, alto come la maggior parte dei zanzibarini, perciò piuttosto basso; il collo corto e tozzo gli lascia la testa praticamente appollaiata sulle spalle. Ha una voce stridula e acuta, sembra uno scherzo per uno della sua corporatura.
Sulla barca c’è un piccolo fuoribordo, così sproporzionato per un mezzo di questa stazza, che se nella traversata il vento viene meno, siamo alla mercé delle correnti.

Si salpa.
Dopo un breve tratto a motore per prendere il largo, viene issata l’unica grande vela,  un ampio telone di un cotone spesso e pesante, dalla peculiare forma triangolare. Non è tesa tra boma e albero maestro ma lasciata lasca e gonfia di vento come un aquilone. Il boma, a differenza delle nostre barche a vela dove rimane più o meno sempre alla stessa altezza, qui viene issato fino in cima all’albero maestro. Sebbene questo sia il più raffinato che ho visto fino a d’ora in queste imbarcazioni tropicali, albero è davvero la parola giusta, non sarebbe sbagliata neppure “tronco”. Boma e albero maestro sono tenuti assieme da un sistema lasco di corde, così che durante la messa in posa della vela, l’uno sbatte fragorosamente contro l’altro.

E chi l’avrebbe mai detto, fila che è una meraviglia questa bagnarola! Mi pare strano, ma forse avrei dovuto credere ad Omar fin dall’inizio quando mi diceva che l’attraversata avrebbe preso tre ore soltanto.
All’inizio navighiamo in una laguna compresa tra l’insenatura del porto ed un’altra isoletta scarsamente abitata. Prima di salpare è passato un motoscafo che vi era diretto, un servizio più lussuoso: i passeggeri disponevano di giubbotti di salvataggio e di un pratico telo di nylon trasparente per proteggersi dagli sbruffi, il quale, spinto dal vento, gli stava appiccicato alla faccia e li schiaffeggiava di continuo.
Per ora il mare è piatto, pare di stare su di un transatlantico tanto liscia fila la barca.
Nell’uscire dalla laguna, un banco di sabbia poco profondo ci fa sobbalzare come se ci fosse  improvvisamente scoppiata una gomma in auto. Guardo il capitano, pare indifferente.
Questo deve essere stato lo sparo che avvisava l’inizio della corsa verso l’inferno che ne è seguito; una lenta, inesorabile discesa verso gli abissi del disagio, terminata solo cinque ore più tardi, di notte, in un porticciolo cinquanta chilometri più a sud di quella che pensavo fosse la nostra destinazione.
Come incontriamo il mare aperto il barcone viene accolto da un nauseante moto ondoso, di taglio rispetto alla nostra direzione. Qua e là si alzano gridi che invocano “fuko”, non un Dio del mare, ma un “sacchetto”, al che un vecchio marinaio comincia a distribuire bustine di plastica, prontamente riempite con i residui dell’ultimo pasto e buttate a mare.
Il mio stomaco per ora si sta comportando benissimo, e chi lo avrebbe detto! Tra esso e il mare non c’è mai stata troppa simpatia. Spero solo non mi raggiunga il puzzo di vomito, quello sarebbe di sicuro l’inizio della fine, per le mie interiora.
Il sole picchia inesorabile. Ho un cappello a tese larghe che mi fa ombra sul viso e tira vento, ma fitti come siamo ci si fa’ caldo a vicenda.
Guardo l’orizzonte, della costa neanche l’ombra. Rivolgo uno sguardo alla strada percorsa fino ad ora, e l’isola è ancora vicina. È qui che mi prendono i primi dubbi. Questa assenza di un confine visivo, solo un piatto, monotono oceano blu con uno sporadico spumeggiare d’onde in lontananza mi mette a disagio. Non è il mio ambiente, ormai mi è chiaro. Io ho bisogno di prospettiva.
Presto arriva anche per me il momento di soffrire le pene del mal di mare. È una sofferenza che non mi è nuova, ma con cui non si prende mai troppa dimestichezza. Cerco di capire cosa mi faccia male e cosa possa alleviare il patimento. Mannaggia a me quando, preso dal timore di avere fame durante la traversata, mi sono trangugiato di fretta un piatto di riso e fagioli, subito prima della partenza. Paura contro lungimiranza, alle volte vince uno, alle volte l’altro.
La realtà è che non c’è una posizione o una pratica che faccia bene o male in maniera assoluta, tutto o quasi ha un effetto positivo per un certo periodo di tempo, poi diventa deleterio. L’unica soluzione è riuscire a capire quando cambiare tattica, e cosa adottare in seguito.
“Respira Lorenz, respira. Calma il respiro. Aria che entra, polmoni che si gonfiano, periodo di stasi, polmoni che si sgonfiano. Ripetere.
Guarda in avanti, come fossi preso dal mal di macchina. Ma dove cazzo sta la costa?!
Qui attorno vomitano tutti, magari se lo faccio anche io poi sto meglio. Ho pure il bordo vicino, non dovrei neppure ricorrere al sacchetto”. Eccessivo, provo a stendermi.
Dormire è impossibile, sono compresso in una morsa di corpi caldi, schiaffeggiato da un sole cocente da cui non esiste scampo. I pensieri si affollano in un ingorgo intellettuale totalmente privo di senso, una interminabile fase di dormiveglia diretta dal disagio dei sensi, che si riflette chiaramente sulle idee che mi passano per la testa.
A fianco a me i marinai si sono radunati vicino al capitano e discutono fervidamente. Mi dà fastidio tutto, il loro tono di voce, la loro cavolo di lingua incomprensibile, il loro sporadico riferirsi a me, che da due mesi mi chiamo per tutti “muzungu” – uomo bianco -, e che non fatico a captare nelle loro frasi.
Dopo un certo tempo supero la capacità di sopportazione e provo, più cortesemente possibile, di far capire ad uno di questi energumeni che gradirei abbassasse la voce. Concetto troppo astruso, continua tale e quale a prima.
Poi compare la costa. È dannatamente lontana, ma esiste, non siamo più immersi nel nulla a trecentosessanta gradi, c’è un punto di riferimento, una “terra” da chiamare a gran voce e a cui indirizzare le speranze.
Mi rimetto accucciato e torno a chiudere gli occhi. In qualche modo si fa sera, in un baleno si fa notte. Qui all’equatore il crepuscolo e l’alba praticamente non esistono; il sole cade verticale sull’orizzonte, non lascia spazio ad indecisioni, un interruttore.
Incontriamo la prima barca da quando siamo partiti. Dalla nostra si leva un grido unanime, come fossimo dispersi in cerca di salvezza; poco dopo siamo in vista del porto. Altre barche a motore sono in movimento, e un paio di queste sono sulla nostra traiettoria – o noi sulla loro -. Per un pelo evitiamo la collisione, nessuno dei due timonieri si decideva a cedere il passo.
Attracchiamo a una decima di metri dalla riva. A piedi, con l’acqua al petto, arrivano i portatori che prendono le valigie e le merci. Sono tentato di buttarmi, per sbarcare tutti e tutto ci vorranno secoli.
Per fortuna un uomo che parla inglese mi media le comunicazioni, e poco dopo sono sulla spiaggia a fissare gli zaini alla bicicletta. Un meraviglioso pezzo di alluminio californiano acquistato di seconda mano a Dar Er Salaam, che mi auguro mi porterà con se fino alle falde del Kilimangiaro, da dove tra venticinque giorni prenderò l’aereo per uno dei più gioiosi ritorni a casa della mia vita. L’Africa è meravigliosa e non basterebbe una vita per stancarsene, ne sono quasi convinto, ma presa a piccole dosi, almeno all’inizio, è più digeribile.
Ma ora, dove dormire? Mi hanno sconsigliato di trovarmi per strada di notte, non è sicuro dicono. Però in questo piccolo porto di mare non c’è neanche l’ombra di un affittacamere, non riesco a trovare un cristiano che parli inglese, e la prospettiva di dormire all’aperto in mezzo a tutta questa folla di neo-sbarcati non riesce ad allettarmi molto.
Di malavoglia, con addosso uno sgraziato senso di insicurezza, mi avvio per l’unica strada, di terra battuta, destinazione ignota, mi immergo nel buio della notte africana.
Grazie al cielo trovo una scuola, vuota ovviamente, nella quale però vive il maestro di matematica, che si offre di accompagnarmi fino al paese vicino, dove c’è una guesthouse.
Ad accoglierci è un ragazzo robusto, molto giovane, che in paese chiamano “cicco”. Me la cavo con poco più di tre euro. Il tempo di lavarmi nel bagno alla turca che, con un secchio pieno d’acqua, diventa magicamente una doccia, e crollo nel letto, annientato.

Lorenzo

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