QUESTIONE DI VOCAZIONE

TANZANIA

Da giorni pedalo in polverose strade di terra rossa, lontano come forse non sono mai stato dalla civilizzazione. Centinaia di sacchi su centinaia di teste si sono susseguiti, mentre paesaggi inequivocabilmente africani si srotolavano davanti ai miei occhi e sotto le ruote di questa pesante, goffa bicicletta, che non fatica a riconfermarsi il mezzo che sopra ogni altro prediligo per viaggiare.
Il mio rapporto con la bicicletta evade la mera funzionalità, supera la logica, è un’alchimia, una chimica. La carico, ci monto in sella, e mi sento le ali ai piedi. Oggigiorno è uno dei mezzi da viaggio più lenti, tolti gli scarponi, l’asino e il cavallo, ma la sensazione è quella di poterci arrivare in capo al mondo. La bicicletta è un mezzo generoso, allevia molta fatica, moltiplica la velocità, ma al contempo ti lascia protagonista: guadagni tutto con le tue forze. Raggiunta una meta puoi permetterti pure di prenderti tutti i meriti, non viene in mente a nessuno di attribuirne una parte a un paio di ruote coi pedali, e loro non vengono certo a reclamarseli, anche se gli spetterebbero.
Agli adepti, il lungo, intimo rapporto simbiotico, cagiona, oltre ad un’affezione profondissima per il proprio mezzo, che può essere scassato e vecchio quanto vuoi, ma che non sostituirebbero neanche sotto minaccia armata, un senso di equità, di ritorno del favore. Ho sentito più di una storia di ciclo-folli che hanno portato a spalla la propria bicicletta fino in cima ad una montagna, per ricambiare simbolicamente la cortesia ricevuta di essere stati portati in sella tante volte.
In bici, con le sacche da viaggio, sei sempre un eroe. Chi diavolo ha voglia di schiantarsi di fatica macinando chilometri su chilometri, giorno dopo giorno?
Sebbene in cuor loro quasi tutti si chiedano chi cavolo te lo fa fare, altrettanto si scatena una solidarietà perduta nel tempo, quella del popolano col viandante.
Fa uno strano effetto ritrovarsi pieni di manghi e banane, offerte da un musulmano in un isolato paesino montano della Tanzania settentrionale, ma accade anche questo. Succede laddove la mia condizione è quanto più paritaria a quella del popolo che abita la terra che attraverso. Nel momento del nostro incontro, io e lo stradino che posa pietre a bordo strada, facciamo la stessa fatica. Fuori dagli itinerari turistici poi, perdi quell’etichetta che pare dire “straniero in vacanza” – vacanza, cos’è? Si chiedono alcuni -,  sei un evento. C’è meno discriminazione negli occhi della gente, c’è più luce nei loro sguardi.
I bambini, che sono ovunque, mi accolgono in cori di sonorità anglofone di cui spesso non conoscono il significato, ma che hanno imparato per assonanza in qualche circostanza simile a questa. Le più gettonate sono “bye muzungu”- ci vediamo, uomo bianco – e “how are you?”, che più spesso viene pronunciato come “auaiú”, a profusione, come se fosse l’unica parola di un linguaggio comune tra noi, con cui conversare di tanti argomenti.
In certi posti molto isolati che ho attraversato nei giorni scorsi, non solo i piccoli, ma addirittura i ragazzini, alla mia vista se la davano a gambe, impauriti.
Di sicuro fino a qualche decennio fa, ma forse ancora oggi, le mamme tenevano a bada i capricci dei figli dicendo “se non fai il bravo viene l’uomo bianco e ti mangia!”; esattamente come l’uomo nero della nostra ninna nanna, quello che ti tiene per un mese intero.
In qualche caso sono stato tentato di esibire un ruggito felino per vederli dileguarsi terrorizzati. Il potere dà alla testa, si sa.
In compenso, visto che rispondere alla domanda “auaiú?” in un modo o nell’altro, per loro non fa alcuna differenza, mi sono concesso il gusto di rispondere “Imola” a gran voce, ripetendolo fino a che non cominciavano anche loro a seguirmi in coro. Sai che ridere sarebbe ripassare in questi posti un giorno e scoprire che il nome della mia città natale è diventato un saluto comune per l’occidentale! Seminare mala educazione, troppo facile per resistere.
Sulla strada incontro un ragazzo seduto su di una pila di pietre, intento a spaccarle per ridurle in ghiaione. Poco più in là il punto da cui queste sono state prelevate, annerito dalla fuliggine del fuoco che è servito per dilatare la roccia e favorirne la frattura. Se esiste un santo patrono dell’Africa, questo è di certo Santa Pazienza.
Ovunque si avvicendano le comari con carichi di ogni sorta e dimensione sulla testa: sacchi gonfi di bucce di cocchi freschi – non si butta via niente -, fascine di legna da ardere, secchi e taniche d’acqua, balle di lunghi steli di erba secca con cui aggiustare il tetto di casa. E guai a me se dico ancora che in Africa orientale non usano la testa, la usano eccome! Pure se hanno solo un astuccio, lo sistemano lì sopra.
Mi tornano in mente le immagini contrastanti di bambine minute con secchi pieni d’acqua  sistemati sul capo, saranno pesati più della metà del loro peso, e la donna corpulenta con solo un piccolo portamonete sul capo. C’era anche una piccina, non avrà avuto più di quattro anni, che mentre passavo stava esercitandosi, da sola, ad alzarsi in piedi con due barattoli impilati sulla testa. La mia vista l’ha distratta a tal punto che stava per far crollare tutta l’impalcatura.

Se come raccontava Kapuscinski, circa mezzo secolo fa l’africano aveva ancora un radicato senso di subordinazione verso l’occidentale, ora, a mio avviso e relativamente alla piccola fetta di questo immenso e vario continente che sto vivendo, grazie al cielo questo si sta esaurendo. Viene anzi sostituito da un senso di rivalsa. Ecco i motivi della mia arguta osservazione: non sopportano di essere sorpassati in bicicletta! A Zanzibar, ogni volta che, procedendo del mio passo, superavo un giovane, non passava un minuto che questo non tornava a superarmi al doppio della velocità precedente, tutto trafelato, ma ostentando una nonchalance che lo rendeva davvero buffo, preso com’era a spingere coi talloni sui pedali – che spesso erano ridotti al solo perno centrale -, un macigno di bicicletta storta e cigolante. Alcuni, furbi, dopo che li avevo superati mi si piazzavano in scia, per sorpassarmi in gran carriera solo pochi metri prima di svoltare per la loro strada.
Ovviamente con qualcuno sono stato al gioco, ci siamo susseguiti in un lungo ripetersi di sorpassi, sempre fingendo che non ci fosse alcuna competizione.

Le vie del signore sono infinite. Ma anche quelle del fraintendimento non sono da meno alle volte! Ricordo mi stupì tanto quando appresi che in qualche paese dell’est che ora non ricordo, per dire “no” scossano la testa dall’alto in basso e per il suo contrario la ciondolano da un lato all’altro, circa il nostro opposto. Ciò che non avevo realizzato è che quello non è un caso isolato!
Ad esempio, qui in Est Africa rispondere che non si sa, o che non si capisce qualcosa pare proibito. Il “si” assume un significato dualistico, l’avverarsi di quello che il “si” confermerebbe è da lasciare al caso, il tempo porterà con sé la risposta. Trovarsi ad allenare l’arte Zen della pazienza e del distacco in Africa, perché no!

 

Nei sei giorni passati in bici, prima che questo maledetto avvelenamento alimentare mi costringesse a passare i successivi cinque in 12 mq di camera, in un paesino turistico e ospedalizzato delle montagne adiacenti al Kilimangiaro, mi sono perso quasi ogni giorno. Una combinazione esplosiva di cartina in scala troppo grande e proverbiale approssimazione locale, coadiuvata da chiari limiti linguistici, strade che diventano piste, piste che diventano campi e la deriva del sottoscritto era pronta! Non che questo mi turbasse troppo, in realtà me lo aspettavo pure un po’. Volevo viaggiare dove la civilizzazione non fosse ancora arrivata a modificare il paesaggio, i costumi e il pensiero delle persone, e questo era chiaramente il dazio da pagare. Ma sebbene le mie riserve di acqua e di cibo siano sempre rimaste sopra il livello d’allarme, lo stesso non posso dire della mia tranquillità di spirito.

Il secondo giorno ad esempio sono partito carico d’entusiasmo da Muheza, cittadina ai piedi del primo cordone di montagne che, sparendo e riapparendo, da qualche decina di chilometri dalla costa, portano fino al Kilimangiaro. Percorsi quelli che a occhio e croce pensavo fossero dieci chilometri, mi fermo a chiedere informazioni a un poliziotto sulla strada. Ha un inglese pessimo, ma che ci si può aspettare da una nazione che è stata sotto controllo britannico per secoli, e ha ottenuto l’indipendenza da poco più di cinquant’anni? Fino a pochi anni fa non se ne parlava proprio di insegnare l’inglese a scuola, ne avevano avuto abbastanza di Churchill, della regina e compagnia bella. Comunque lui non ha un idea di dove si trovi questo paese che dovrebbe distare pochi minuti di macchina. Ci riprovo al bar. Un uomo prende la motocicletta e mi dice di seguirlo. Mi instrada in una polverosa pista di terra rossa che tira dritto fino al paesino successivo, ignorato dalla carta. Dopo una mezz’ora incontro un incrocio. Nessuno nei paraggi sa nulla, men che meno l’inglese. Grazie a Dio, imboccata la strada più larga, dopo qualche centinaio di metri conosco un cordiale vecchietto con tratti non proprio africani e un vago accento indiano. Parla decentemente l’inglese. Si professa cristiano, il paese stesso è una missione cattolica. Continua a non conoscere la mia destinazione, ma sembra capirci qualcosa dalla mappa e mi consiglia di proseguire.

Tuttora non so se abbia fatto bene a seguire il suo consiglio, ma in un modo o nell’altro sono arrivato dove dovevo; stanco morto, affamato, dopo ore a far rimbalzare il manubrio della bicicletta tra i punti cardinali. Abbandonando strade per prendere piste, piste per prendere sentieri, sentieri che chissà come sbucavano su strade. Ed ora, a destra o a sinistra? Spesso, dopo chilometri su di una pista solitaria, mi trovavo di fronte a una biforcazione. Niente che suggerisse quale direzione prendere. Le due opzioni si equivalevano per larghezza, promettevano ugualmente bene o male. Nessuno nei paraggi. E anche se fosse, cosa chiedere? I nomi dei paesi non combaciavano, la cartina è troppo poco dettagliata per seguirne l’orografia. Dei bambini vestiti con le uniformi scolastiche, camicia bianca e pantaloncini blu, sbucati da chissà dove, mi guardavano stupiti. Cominciavo a chiedere indicazioni per il paese che avevo sentito nominare più volte nei guazzabugli di discorsi fatti fino a quel momento. La direzione non mi convinceva affatto, ma avevo altra scelta?

Infine ci sono arrivato. Sbucando da un sentiero irto su di una strada propriamente detta, ovviamente sterrata. In paese c’era una scuola. Se c’era una scuola ci sarà stato anche un insegnante di inglese. E così è stato, l’insegnante c’era e, oltre a chiare informazioni logistiche, mi ha dato pure due manghi che hanno funto da carburante per gli ultimi dieci chilometri a seguire.

Viva l’educazione! Io vi porto in Europa tutti se me lo chiedete in un inglese corretto, bambini!

Lorenzo

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