A KWEBAMBA C’è POLVERE E SOGNI

TANZANIA

Se c’è un posto in Tanzania dove è viva la speranza, questo è Kwebamba. Certo, a colpo d’occhio non si direbbe; questo nome, assente sulle mappe, definisce un agglomerato di capanne di terra dai tetti di paglia o, in casi eccezionali, di ondulato metallico arrugginito e bucato, una manciata di tettoie che fungono da ristoranti, un paio di negozi che vendono sigarette sfuse e poco altro, un’ortolana ed una moschea in muratura, unico vezzo del villaggio.
Ma poco importa agli abitanti di Kwebamba, stabilirsi non è certo il loro fine. Qui, tolto un moderato numero di bambini, nessuno è nativo, sono tutti stranieri e tutti di passaggio. In questo isolato angolo di mondo, senza acqua corrente né elettricità, ci sono approdati nella loro personale corsa all’oro, o meglio alle pietre preziose. Perché a circa due metri di profondità, nella rossa, polverosissima terra su cui si erge il villaggio, c’è un giacimento di sassolini, casualmente formatisi chissà quante ere addietro, che altrettanto casualmente, un animale che ha evoluto la capacità di definire la bellezza, ha considerato di grande pregio.
La terra pullula di zirconi, zaffiri, diamanti e almandini, ma soprattutto zirconi. E ciascuno, in questa eterogenea cerchia di minatori di fortuna, ha giocato la propria sfida col destino, nella speranza che sotto quel lembo di suolo arido, arso da un sole implacabile e addolcito solo da un alito di vento che spira dalle montagne, vi sia quella pietra, rara, rarissima, perfetta, che lo toglierà per sempre dalla miseria.
Una scommessa facile da aprire per chi, tolto un colpo di fortuna, sa di avere poche opportunità nella vita.
Molti sono accorsi dalle terre vicine, ma altrettanti provengono da lontano, chiamati dall’eco di un posto che, nel bene e nel male, fa parlare di se.
Purtroppo però, presto o tardi il mito si sfata e rimane solo una realtà cruda, un rifugio di fortuna a cui regalare quattro muri e un tetto, con gli scarsi frutti di una quotidianità spesa a spalare terra e cercare riparo dalla canicola del meriggio.
Ciò che mi ha portato ad essere fugace testimone di questo mondo isolato è stato un elemento col quale affronto sempre più spesso e volentieri i momenti di viaggio: il caso.
Da giorni pedalavo per aride, spopolate e spesso scassate piste di terra battuta, sul versante settentrionale di una catena montuosa che, comparendo e sconparendo, conduce fino al Kilimanjaro. Da una mezz’ora buona non era passata un’anima, quando mi affianca in moto un uomo dal viso paffuto, sulla cinquantina ad occhio e croce, carico di una formosa signora vestita di un abito azzurro dai motivi africani e due pesanti sacche legate alla bell’e meglio ai tubi della motocicletta.
È molto estroverso e in men che non si dica, in un inglese maccheronico, mi informa di essere il sovrintendente all’acquisto e alla vendita degli zirconi, nel paese vicino. Mi esorta di seguirlo, dice che sarò suo ospite, ed io non mi faccio pregare due volte.
Dopo poco più di un chilometro la moto lascia lo sterrato che stiamo percorrendo per una pista di terra, tutta curve e banchi di sabbia, che serpeggiando attorno a baobab torti e nodosi, giunge dapprima ad una tendopoli, poi al villaggio.
Pareva che fosse appena arrivata una bicicletta in sella ad un uomo, più che il contrario, a giudicare dallo stupore col quale mi osservavano nel mio percorrere l’unica strada del paese. Un bianco qui potrebbe non averci mai messo piede.
Abdallah, questo il nome del mio passe-partout a Kwebamba, ferma la motocicletta davanti a una capanna dai crepati muri di terra rossa. Mi invita a mettere la bici all’interno, “safest place” dice.
Nella stanza vi sono altri due motori, una pila di sedie di plastica marcate Coca-Cola, un tavolino. Ciò che manca è una finestra. In un angolo è impilata una riserva di numerose bottiglie d’acqua minerale, un prodotto di lusso per gli standard tanzaniani. Il tetto è fatto d’erba secca e qua e là mostra buchi dai quali filtra brillante la luce di queste calde ore pomeridiane. Sul tavolo, immediatamente adiacente alla porta -unica fonte di luce tolti i buchi nel tetto -, c’è qualche scodella contenente quelli che nella penombra sembrano sassolini.
“È il mio ufficio” mi informa Abdallah.
Non passa molto che arriva un uomo coperto di polvere dalla testa ai piedi. Gli porge una manciata di sassi, che presto, all’ispezione di una torcia a led, mostrano la loro vera natura. La luce, al loro interno, assume una tonalità rosso accesa, ne rivela i segreti: buoni se questa passa indisturbata, meno buoni se il suo esame mostra fratture, crepe e imperfezioni.
Abdallah è molto fiero di impartirmi la sua conoscenza, a tutti i frequentatori del suo ufficio mi presenta come il suo “best-friend” dall’Italia. Parla per assolutismi, fa sempre un casino tremendo con i pronomi – io,tu, lui e lei -, seguirlo richiede molta concentrazione.
Molte pietre passano sotto i nostri occhi, ma a pochissime viene assegnato un valore. Perlopiù, il minatore di turno se le deve rimettere in tasca deluso. Quando decide di acquistare, Abdallah non le paga mai più di un paio di spiccioli. D’altronde non si è ancora vista una gemma più pesante di un paio di grammi, e nessuna in purezza.
A fatica riesco a farmi intendere dal mio nuovo migliore amico, gli chiedo quanto costi per questa gente mangiare un piatto caldo. Mi risponde che tra colazione, pranzo e cena, il ristorante di sua proprietà chiede quattromila scellini. Faccio due conti e risulta lampante che, a meno che un minatore non abbia un piccolo fondo economico su cui contare, certi giorni non gli è possibile acquistare di che sfamarsi. Col tempo arrivo a concludere che alcuni vivono di un pasto al giorno, il che non suona troppo stonato in contesti africani.
Ogni acquisto viene brevemente contrattato in un’atmosfera di relativa tranquillità. Sono cifre piccole, piccola la spesa energetica per arrotondarle.

Giunge la sera, il sole bollente allenta la presa sulla pianura e la luce si tinge di un giallo dorato. Abdallah chiude l’ufficio e mi carica in moto, mi vuole portare a vedere le sue miniere.
Un labirinto di sentieri stretti e serpeggianti marca la pianura densa di cespugli. In capo ad una manciata di minuti siamo a destinazione.
La terra è una gruviera di buche rettangolari, profonde un paio di metri, dai bordi precisi e definiti. Più che una miniera pare un cimitero pronto all’uso. Alcuni minatori sono all’opera, chiedo di poter fare una fotografia ma non gradiscono. Peccato, con questi ultimi lembi di luce, con la polvere che regna sovrana in questa cornice fuori dall’ordinario, questi uomini coperti dello stesso elemento mi regalerebbero dei begli scatti.
C’è un accampamento, e da un tronco ardente si libera un sottile velo di fumo.
Sono gli uomini di Abdallah, stanno qui, se ci vivono o ci pernottano solo per brevi periodi non riesco a capirlo, i limiti linguistici sono forti.
Capisco però che il loro rapporto con il padrone delle miniere prevede che non gli sia richiesto denaro per l’uso della terra, ma che tutte le pietre trovate debbano passare per il vaglio, ed eventualmente essere acquistate da Abdallah stesso.
Per marcare il concetto, il commerciante-latifondista si fa anche stregone, e imbastisce un rito tribale, che mi vende come “local belief”, dove preso qualche tizzone ardente dalla brace, l’improvvisato sacerdote vi versa un filo d’acqua recitando un omelia dai toni aspri e accesi, fino al completo spegnimento delle braci. Il tutto sotto il più attento sguardo dei presenti. Pare che il messaggio sia passato.
Nel frattempo il sole è calato dietro le creste rocciose che troneggiano sulla pianura. Sarà notte a breve.
Vengo accomodato in una delle camere che Abdallah possiede e affitta ai minatori appena giunti al villaggio, in un edificio lungo e stretto dai muri di terra, che con ottimismo viene chiamato “Hotel”. La mia stanza è un tugurio di due metri per due, con un materasso di gomma piuma compresso fra i muri pieni di buchi, in cui blatte e scarafaggi si rifugiano disturbati dalla mia intrusione.
Fortunatamente il tetto di bastoni ed erba secca mi offre appiglio per montare la mia provvidenziale hamaka con la zanzariera, un sottilissimo velo che rappresenta però un confine netto tra me e i veri abitanti di questa stanza, e che mi permette di dormire sonni tranquilli.

L’indomani sono pronto a ripartire. Resisto alle suppliche di Abdallah, ormai fierissimo di avere un “best friend” occidentale, e mi instrado di buon ora. Presto però, mi prende il rimorso. Cosa mi sarebbe costato accondiscendere alle richieste di quell’uomo? Certo in quella realtà non mi sentivo totalmente a mio agio, ma cosa posso pretendere? Un caso puramente fortuito mi ha portato a contatto con mondo raro ed affascinante, lontano anni luce dal mio; è ovvio che viverlo richiede di scendere a compromessi. In fondo, cosa temo? Me lo domando e la risposta è sempre quella: la paura del tedio, l’impossibilità di essere padrone del mio tempo, come questa vita di apparente libertà mi sta progressivamente abituando ad essere, nel bene e nel male. Quanto vorrei potermi sentire anche solo un poco come lo Swami che insegnò le Upanishad a Terzani, il cui tempo non gli apparteneva più, era a disposizione dei suoi devoti, dell’umanità stessa. Quanto egoismo e quanta frenesia abbiamo addosso noi del nord del mondo, ma dove vogliamo correre? Sempre verso qualcosa di meglio, qualcosa di indispensabile, di importante. E quanto ci perdiamo lungo la strada, galoppando furenti con questi paraocchi!
Giro la bicicletta e torno sui miei passi.
Ad accogliermi trovo tutti: Abdallah, sua moglie – quella di questo villaggio, poi a trenta chilometri da qui ne ha un altra -, quel marmocchio del nipote, cinque anni di dolcezza che mi si incolla addosso per il resto della giornata. Il mio ospite non sembra stupito del mio ritorno.
Torno ad accomodarmi nel suo ufficio. Presto arriva una donna con una pietra da quattro grammi, c’è qualche imperfezione ma nel complesso è un pezzo di valore. Chiede trecentomila scellini, circa centoventi euro. Abdallah rifiuta, non ne offre più di duecento per un pezzo guasto.
Il prezzo della pietra cresce esponenzialmente all’aumentare della grammatura. Una gemma da un grammo non viene pagata più di cinquanta scellini, una di dieci può fare la fortuna di un uomo.
Abdallah ha una spessa manciata di banconote sul tavolo. I minatori entrano ed escono ma lui non pare preoccuparsene. Protestano per poche centinaia di scellini, quasi sempre accordati, ma non paiono preoccuparsi della grossa somma che hanno a meno di due metri da loro. Questo mi aiuta a rilassarmi, non sono ancora certo di non essere considerato un forziere d’oro ambulante da queste persone che mi trovano tanto peculiare.
Esco e vado a farmi una passeggiata. Al limitare del villaggio trovo due fratelli intenti a setacciare; a pochi passi, la tenda dove dormono. Uno è uno storpio con le gambe tutte torte. Si regge in piedi, ma le sue movenze sono lente e faticose; avrà la mia età. Le braccia però sono forti e muscolose. Qui trova un posto dove il suo handicap non rappresenta un particolare vincolo. Ha pressoché le stesse speranze che hanno tutti gli altri di vincere questa lotteria.
Conosco Lanken, un giovane della capitale che è a Kwebamba da tre mesi e presto tornerà a casa. Parla un ottimo inglese, ha frequentato l’università e ora vuole aprire un’attività in proprio. Le strumentazioni costano care ed ha deciso di venire a tentare la sorte nella terra delle sorprese. Dice di non essere l’unico ad avere un’educazione qui, tutti hanno egual diritto di aprire la propria scommessa col destino. Qui, coperti di polvere dall’alba al tramonto, sono tutti uguali, hanno tutti dei sogni e delle speranze.
Gli chiedo se ha sentito parlare di qualcuno che ce l’ha fatta, che ha scavato nel posto giusto. Lui non ne è al corrente, ma sa che da qualche parte, magari sotto i nostri stessi piedi, si trova la gemma giusta, quella che ripagherà tutti gli sforzi compiuti.
Dice che questo posto è in netta crescita, che si aggiungono sempre nuovi arrivati armati di speranza, che presto giungerà la corrente elettrica e che questo buco di villaggio si trasformerà in una piccola cittadina. Dice che tutto avverrà molto rapidamente, che quando tornerò, se tornerò, Kwebamba non avrà più la stessa faccia. Non so se credergli, del resto il giacimento minerario è stato scoperto già qualche decina di anni addietro, ma non è da escludere che la sorte di questo posto subisca un brusco sconvolgimento nel futuro prossimo. La storia, come l’evoluzione, vista su larga scala non procede linearmente.

Abdallah, che nel villaggio è soprannominato “Papa Mashoe”, dove “papa” sta per “padre”, un modo affettuoso di chiamarlo per cognome, non mi vuole più lasciare andare. La mia provenienza mi dona un grande prestigio e lui non vuole perdere il suo personale insegnante di inglese e studente di swahili. Mi offre in moglie sua figlia – suppongo lo fosse – e mi propone di diventare rappresentante del suo business. Come spiegargli che la sua proposta proprio non fa al mio caso?
Rimango ancora una notte a Kwebamba. La mia cameretta in condivisione con la comunità locale di insetti dopotutto é accogliente, così poco differente com’è da una grotta naturale.
L’indomani il primo raggio di sole lambisce l’imponente facciata rocciosa sopra il villaggio ed io sono già in viaggio, un mondo dietro le spalle, tanti altri dinanzi.

 

Lorenzo

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QUESTIONE DI VOCAZIONE

TANZANIA

Da giorni pedalo in polverose strade di terra rossa, lontano come forse non sono mai stato dalla civilizzazione. Centinaia di sacchi su centinaia di teste si sono susseguiti, mentre paesaggi inequivocabilmente africani si srotolavano davanti ai miei occhi e sotto le ruote di questa pesante, goffa bicicletta, che non fatica a riconfermarsi il mezzo che sopra ogni altro prediligo per viaggiare.
Il mio rapporto con la bicicletta evade la mera funzionalità, supera la logica, è un’alchimia, una chimica. La carico, ci monto in sella, e mi sento le ali ai piedi. Oggigiorno è uno dei mezzi da viaggio più lenti, tolti gli scarponi, l’asino e il cavallo, ma la sensazione è quella di poterci arrivare in capo al mondo. La bicicletta è un mezzo generoso, allevia molta fatica, moltiplica la velocità, ma al contempo ti lascia protagonista: guadagni tutto con le tue forze. Raggiunta una meta puoi permetterti pure di prenderti tutti i meriti, non viene in mente a nessuno di attribuirne una parte a un paio di ruote coi pedali, e loro non vengono certo a reclamarseli, anche se gli spetterebbero.
Agli adepti, il lungo, intimo rapporto simbiotico, cagiona, oltre ad un’affezione profondissima per il proprio mezzo, che può essere scassato e vecchio quanto vuoi, ma che non sostituirebbero neanche sotto minaccia armata, un senso di equità, di ritorno del favore. Ho sentito più di una storia di ciclo-folli che hanno portato a spalla la propria bicicletta fino in cima ad una montagna, per ricambiare simbolicamente la cortesia ricevuta di essere stati portati in sella tante volte.
In bici, con le sacche da viaggio, sei sempre un eroe. Chi diavolo ha voglia di schiantarsi di fatica macinando chilometri su chilometri, giorno dopo giorno?
Sebbene in cuor loro quasi tutti si chiedano chi cavolo te lo fa fare, altrettanto si scatena una solidarietà perduta nel tempo, quella del popolano col viandante.
Fa uno strano effetto ritrovarsi pieni di manghi e banane, offerte da un musulmano in un isolato paesino montano della Tanzania settentrionale, ma accade anche questo. Succede laddove la mia condizione è quanto più paritaria a quella del popolo che abita la terra che attraverso. Nel momento del nostro incontro, io e lo stradino che posa pietre a bordo strada, facciamo la stessa fatica. Fuori dagli itinerari turistici poi, perdi quell’etichetta che pare dire “straniero in vacanza” – vacanza, cos’è? Si chiedono alcuni -,  sei un evento. C’è meno discriminazione negli occhi della gente, c’è più luce nei loro sguardi.
I bambini, che sono ovunque, mi accolgono in cori di sonorità anglofone di cui spesso non conoscono il significato, ma che hanno imparato per assonanza in qualche circostanza simile a questa. Le più gettonate sono “bye muzungu”- ci vediamo, uomo bianco – e “how are you?”, che più spesso viene pronunciato come “auaiú”, a profusione, come se fosse l’unica parola di un linguaggio comune tra noi, con cui conversare di tanti argomenti.
In certi posti molto isolati che ho attraversato nei giorni scorsi, non solo i piccoli, ma addirittura i ragazzini, alla mia vista se la davano a gambe, impauriti.
Di sicuro fino a qualche decennio fa, ma forse ancora oggi, le mamme tenevano a bada i capricci dei figli dicendo “se non fai il bravo viene l’uomo bianco e ti mangia!”; esattamente come l’uomo nero della nostra ninna nanna, quello che ti tiene per un mese intero.
In qualche caso sono stato tentato di esibire un ruggito felino per vederli dileguarsi terrorizzati. Il potere dà alla testa, si sa.
In compenso, visto che rispondere alla domanda “auaiú?” in un modo o nell’altro, per loro non fa alcuna differenza, mi sono concesso il gusto di rispondere “Imola” a gran voce, ripetendolo fino a che non cominciavano anche loro a seguirmi in coro. Sai che ridere sarebbe ripassare in questi posti un giorno e scoprire che il nome della mia città natale è diventato un saluto comune per l’occidentale! Seminare mala educazione, troppo facile per resistere.
Sulla strada incontro un ragazzo seduto su di una pila di pietre, intento a spaccarle per ridurle in ghiaione. Poco più in là il punto da cui queste sono state prelevate, annerito dalla fuliggine del fuoco che è servito per dilatare la roccia e favorirne la frattura. Se esiste un santo patrono dell’Africa, questo è di certo Santa Pazienza.
Ovunque si avvicendano le comari con carichi di ogni sorta e dimensione sulla testa: sacchi gonfi di bucce di cocchi freschi – non si butta via niente -, fascine di legna da ardere, secchi e taniche d’acqua, balle di lunghi steli di erba secca con cui aggiustare il tetto di casa. E guai a me se dico ancora che in Africa orientale non usano la testa, la usano eccome! Pure se hanno solo un astuccio, lo sistemano lì sopra.
Mi tornano in mente le immagini contrastanti di bambine minute con secchi pieni d’acqua  sistemati sul capo, saranno pesati più della metà del loro peso, e la donna corpulenta con solo un piccolo portamonete sul capo. C’era anche una piccina, non avrà avuto più di quattro anni, che mentre passavo stava esercitandosi, da sola, ad alzarsi in piedi con due barattoli impilati sulla testa. La mia vista l’ha distratta a tal punto che stava per far crollare tutta l’impalcatura.

Se come raccontava Kapuscinski, circa mezzo secolo fa l’africano aveva ancora un radicato senso di subordinazione verso l’occidentale, ora, a mio avviso e relativamente alla piccola fetta di questo immenso e vario continente che sto vivendo, grazie al cielo questo si sta esaurendo. Viene anzi sostituito da un senso di rivalsa. Ecco i motivi della mia arguta osservazione: non sopportano di essere sorpassati in bicicletta! A Zanzibar, ogni volta che, procedendo del mio passo, superavo un giovane, non passava un minuto che questo non tornava a superarmi al doppio della velocità precedente, tutto trafelato, ma ostentando una nonchalance che lo rendeva davvero buffo, preso com’era a spingere coi talloni sui pedali – che spesso erano ridotti al solo perno centrale -, un macigno di bicicletta storta e cigolante. Alcuni, furbi, dopo che li avevo superati mi si piazzavano in scia, per sorpassarmi in gran carriera solo pochi metri prima di svoltare per la loro strada.
Ovviamente con qualcuno sono stato al gioco, ci siamo susseguiti in un lungo ripetersi di sorpassi, sempre fingendo che non ci fosse alcuna competizione.

Le vie del signore sono infinite. Ma anche quelle del fraintendimento non sono da meno alle volte! Ricordo mi stupì tanto quando appresi che in qualche paese dell’est che ora non ricordo, per dire “no” scossano la testa dall’alto in basso e per il suo contrario la ciondolano da un lato all’altro, circa il nostro opposto. Ciò che non avevo realizzato è che quello non è un caso isolato!
Ad esempio, qui in Est Africa rispondere che non si sa, o che non si capisce qualcosa pare proibito. Il “si” assume un significato dualistico, l’avverarsi di quello che il “si” confermerebbe è da lasciare al caso, il tempo porterà con sé la risposta. Trovarsi ad allenare l’arte Zen della pazienza e del distacco in Africa, perché no!

 

Nei sei giorni passati in bici, prima che questo maledetto avvelenamento alimentare mi costringesse a passare i successivi cinque in 12 mq di camera, in un paesino turistico e ospedalizzato delle montagne adiacenti al Kilimangiaro, mi sono perso quasi ogni giorno. Una combinazione esplosiva di cartina in scala troppo grande e proverbiale approssimazione locale, coadiuvata da chiari limiti linguistici, strade che diventano piste, piste che diventano campi e la deriva del sottoscritto era pronta! Non che questo mi turbasse troppo, in realtà me lo aspettavo pure un po’. Volevo viaggiare dove la civilizzazione non fosse ancora arrivata a modificare il paesaggio, i costumi e il pensiero delle persone, e questo era chiaramente il dazio da pagare. Ma sebbene le mie riserve di acqua e di cibo siano sempre rimaste sopra il livello d’allarme, lo stesso non posso dire della mia tranquillità di spirito.

Il secondo giorno ad esempio sono partito carico d’entusiasmo da Muheza, cittadina ai piedi del primo cordone di montagne che, sparendo e riapparendo, da qualche decina di chilometri dalla costa, portano fino al Kilimangiaro. Percorsi quelli che a occhio e croce pensavo fossero dieci chilometri, mi fermo a chiedere informazioni a un poliziotto sulla strada. Ha un inglese pessimo, ma che ci si può aspettare da una nazione che è stata sotto controllo britannico per secoli, e ha ottenuto l’indipendenza da poco più di cinquant’anni? Fino a pochi anni fa non se ne parlava proprio di insegnare l’inglese a scuola, ne avevano avuto abbastanza di Churchill, della regina e compagnia bella. Comunque lui non ha un idea di dove si trovi questo paese che dovrebbe distare pochi minuti di macchina. Ci riprovo al bar. Un uomo prende la motocicletta e mi dice di seguirlo. Mi instrada in una polverosa pista di terra rossa che tira dritto fino al paesino successivo, ignorato dalla carta. Dopo una mezz’ora incontro un incrocio. Nessuno nei paraggi sa nulla, men che meno l’inglese. Grazie a Dio, imboccata la strada più larga, dopo qualche centinaio di metri conosco un cordiale vecchietto con tratti non proprio africani e un vago accento indiano. Parla decentemente l’inglese. Si professa cristiano, il paese stesso è una missione cattolica. Continua a non conoscere la mia destinazione, ma sembra capirci qualcosa dalla mappa e mi consiglia di proseguire.

Tuttora non so se abbia fatto bene a seguire il suo consiglio, ma in un modo o nell’altro sono arrivato dove dovevo; stanco morto, affamato, dopo ore a far rimbalzare il manubrio della bicicletta tra i punti cardinali. Abbandonando strade per prendere piste, piste per prendere sentieri, sentieri che chissà come sbucavano su strade. Ed ora, a destra o a sinistra? Spesso, dopo chilometri su di una pista solitaria, mi trovavo di fronte a una biforcazione. Niente che suggerisse quale direzione prendere. Le due opzioni si equivalevano per larghezza, promettevano ugualmente bene o male. Nessuno nei paraggi. E anche se fosse, cosa chiedere? I nomi dei paesi non combaciavano, la cartina è troppo poco dettagliata per seguirne l’orografia. Dei bambini vestiti con le uniformi scolastiche, camicia bianca e pantaloncini blu, sbucati da chissà dove, mi guardavano stupiti. Cominciavo a chiedere indicazioni per il paese che avevo sentito nominare più volte nei guazzabugli di discorsi fatti fino a quel momento. La direzione non mi convinceva affatto, ma avevo altra scelta?

Infine ci sono arrivato. Sbucando da un sentiero irto su di una strada propriamente detta, ovviamente sterrata. In paese c’era una scuola. Se c’era una scuola ci sarà stato anche un insegnante di inglese. E così è stato, l’insegnante c’era e, oltre a chiare informazioni logistiche, mi ha dato pure due manghi che hanno funto da carburante per gli ultimi dieci chilometri a seguire.

Viva l’educazione! Io vi porto in Europa tutti se me lo chiedete in un inglese corretto, bambini!

Lorenzo

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SIAMO NELLA STESSA BARCA

 

Il molo non esiste. Non c’è neppure un ormeggio, non un attracco dove le barche possano fermarsi per caricare merci e passeggeri. Certe se ne stanno appoggiate su un fianco, c’è bassa marea, altre sono ancorate al largo.
Si sale a bordo trasportati da delle chiatte stracariche, traboccanti di gente e delle loro cose, mosse contro un forte vento da un barcaiolo armato di un lungo palo di legno spinto contro il fondale sabbioso.
Decine di zanzibarini si accalcano sulla spiaggia bagnata, appena liberata da una marea calante, in attesa che una di queste crepate, scrostate imbarcazioni, li venga a caricare per traghettarli fino alla barca principale.
Ho un costosissimo biglietto che non mi riserva alcun diritto sugli altri passeggeri se non quello di essere l’unico bianco sulla nave. Le autorità marittime non gradiscono che gli occidentali viaggino su questi mezzi locali, ho dovuto corrompere il capitano pagando il quadruplo per far si che chiudesse un occhio.
Incredibile ma vero, stanno imbarcando in tempo, e Omar, che mi hanno spacciato per il vice-capitano, mi fa segno di salire sulla sua chiatta.
Ormai carico come un mulo, con la linea di galleggiamento a meno di una spanna dal bordo, questo potente mezzo della flotta commerciale zanzibarina comincia ad arrancare contro vento ed onde. Omar dapprima spinge la barca stando a mollo fino alla vita, poi salta sul ponte, e in piedi sull’unico asse libero, fa’ forza sul palo di legno.
A metà strada verso la barca che ci trasporterà fino alla costa tanzaniana, il mio gondoliere mi dice di pagare il suo collega. Per cosa scusa? Con quello che ho speso il mio biglietto varrebbe anche per un ricevimento dal papa, e ora questo vuole altri soldi? Glielo faccio presente, ma lui ride. Se è vice-capitano, lo è di questo paio di assi vecchie e malconce con cui ci sta trasportando, ma pare che il servizio shuttle non sia compreso nel prezzo del mio biglietto speciale. Sia qui che in Uganda i prezzi definitivi non è uso preventivarli prima della fruizione del servizio.
Sibilo alla donna che ho affianco un’utilissima combinazione di termini in swahili: bei cani – quanto costa -. “Due mila” mi risponde pronta; almeno qui non devo quadruplicare l’importo.
Salito a bordo mi accomodo dove trovo posto, ovvero su due sacchi di riso, e mi godo lo spettacolo.
Sono eccitato dall’idea di essere uno dei pochi testimoni di una realtà così lontana dal mio mondo, ma al contempo così normale in questo.
Sulla chiatta che ci segue è il caos. Una donna deve aver molto da ridire sul servizio, sembra così arrabbiata che non mi stupirei se le vedessi sputare una vampata di fuoco verso il marinaio con cui se la sta prendendo. O sarà solo il proverbiale calore africano? Fatto sta che su quella barchetta c’è tensione. Presto i bambini irrompono in un pianto collettivo, mentre mille mani se li passano per sbarcarli sulla nave. Alcune donne continuano a discutere animosamente mentre una manciata di uomini, appollaiati a sedere su di un palo orizzontale sopra di loro, osservano la vicenda con pacata indifferenza.

La capacità massima mi sembra raggiunta da un pezzo, ma le barchette continuano inesorabilmente ad arrivare e riversare il loro contenuto nell’affollato scafo scoperto. Ognuno deve reinventarsi continuamente le posizioni: via dai sacchi di riso, sulle taniche d’olio, da stesi sul ponte ad accucciati coi bambini in braccio.
Ad ogni imbarco mi chiedo se il capitano sia nascosto in questa nuova ondata di passeggeri, se sia già sulla nave, o debba ancora arrivare. Quello che è certo è che non avrà l’uniforme, le mostrine o il cappello da ufficiale.
Infatti, giunto per ultimo sulla barca, lo riconosco solo perché si accomoda subito alla posizione di guida, sfrattando me e qualche altro poveretto che aveva ingenuamente occupato questi succulenti posti liberi.
Non che la sua fisionomia sia in contrasto con l’essere un uomo di mare, ma a pelle lo vedrei bene come camionista. È tarchiato, alto come la maggior parte dei zanzibarini, perciò piuttosto basso; il collo corto e tozzo gli lascia la testa praticamente appollaiata sulle spalle. Ha una voce stridula e acuta, sembra uno scherzo per uno della sua corporatura.
Sulla barca c’è un piccolo fuoribordo, così sproporzionato per un mezzo di questa stazza, che se nella traversata il vento viene meno, siamo alla mercé delle correnti.

Si salpa.
Dopo un breve tratto a motore per prendere il largo, viene issata l’unica grande vela,  un ampio telone di un cotone spesso e pesante, dalla peculiare forma triangolare. Non è tesa tra boma e albero maestro ma lasciata lasca e gonfia di vento come un aquilone. Il boma, a differenza delle nostre barche a vela dove rimane più o meno sempre alla stessa altezza, qui viene issato fino in cima all’albero maestro. Sebbene questo sia il più raffinato che ho visto fino a d’ora in queste imbarcazioni tropicali, albero è davvero la parola giusta, non sarebbe sbagliata neppure “tronco”. Boma e albero maestro sono tenuti assieme da un sistema lasco di corde, così che durante la messa in posa della vela, l’uno sbatte fragorosamente contro l’altro.

E chi l’avrebbe mai detto, fila che è una meraviglia questa bagnarola! Mi pare strano, ma forse avrei dovuto credere ad Omar fin dall’inizio quando mi diceva che l’attraversata avrebbe preso tre ore soltanto.
All’inizio navighiamo in una laguna compresa tra l’insenatura del porto ed un’altra isoletta scarsamente abitata. Prima di salpare è passato un motoscafo che vi era diretto, un servizio più lussuoso: i passeggeri disponevano di giubbotti di salvataggio e di un pratico telo di nylon trasparente per proteggersi dagli sbruffi, il quale, spinto dal vento, gli stava appiccicato alla faccia e li schiaffeggiava di continuo.
Per ora il mare è piatto, pare di stare su di un transatlantico tanto liscia fila la barca.
Nell’uscire dalla laguna, un banco di sabbia poco profondo ci fa sobbalzare come se ci fosse  improvvisamente scoppiata una gomma in auto. Guardo il capitano, pare indifferente.
Questo deve essere stato lo sparo che avvisava l’inizio della corsa verso l’inferno che ne è seguito; una lenta, inesorabile discesa verso gli abissi del disagio, terminata solo cinque ore più tardi, di notte, in un porticciolo cinquanta chilometri più a sud di quella che pensavo fosse la nostra destinazione.
Come incontriamo il mare aperto il barcone viene accolto da un nauseante moto ondoso, di taglio rispetto alla nostra direzione. Qua e là si alzano gridi che invocano “fuko”, non un Dio del mare, ma un “sacchetto”, al che un vecchio marinaio comincia a distribuire bustine di plastica, prontamente riempite con i residui dell’ultimo pasto e buttate a mare.
Il mio stomaco per ora si sta comportando benissimo, e chi lo avrebbe detto! Tra esso e il mare non c’è mai stata troppa simpatia. Spero solo non mi raggiunga il puzzo di vomito, quello sarebbe di sicuro l’inizio della fine, per le mie interiora.
Il sole picchia inesorabile. Ho un cappello a tese larghe che mi fa ombra sul viso e tira vento, ma fitti come siamo ci si fa’ caldo a vicenda.
Guardo l’orizzonte, della costa neanche l’ombra. Rivolgo uno sguardo alla strada percorsa fino ad ora, e l’isola è ancora vicina. È qui che mi prendono i primi dubbi. Questa assenza di un confine visivo, solo un piatto, monotono oceano blu con uno sporadico spumeggiare d’onde in lontananza mi mette a disagio. Non è il mio ambiente, ormai mi è chiaro. Io ho bisogno di prospettiva.
Presto arriva anche per me il momento di soffrire le pene del mal di mare. È una sofferenza che non mi è nuova, ma con cui non si prende mai troppa dimestichezza. Cerco di capire cosa mi faccia male e cosa possa alleviare il patimento. Mannaggia a me quando, preso dal timore di avere fame durante la traversata, mi sono trangugiato di fretta un piatto di riso e fagioli, subito prima della partenza. Paura contro lungimiranza, alle volte vince uno, alle volte l’altro.
La realtà è che non c’è una posizione o una pratica che faccia bene o male in maniera assoluta, tutto o quasi ha un effetto positivo per un certo periodo di tempo, poi diventa deleterio. L’unica soluzione è riuscire a capire quando cambiare tattica, e cosa adottare in seguito.
“Respira Lorenz, respira. Calma il respiro. Aria che entra, polmoni che si gonfiano, periodo di stasi, polmoni che si sgonfiano. Ripetere.
Guarda in avanti, come fossi preso dal mal di macchina. Ma dove cazzo sta la costa?!
Qui attorno vomitano tutti, magari se lo faccio anche io poi sto meglio. Ho pure il bordo vicino, non dovrei neppure ricorrere al sacchetto”. Eccessivo, provo a stendermi.
Dormire è impossibile, sono compresso in una morsa di corpi caldi, schiaffeggiato da un sole cocente da cui non esiste scampo. I pensieri si affollano in un ingorgo intellettuale totalmente privo di senso, una interminabile fase di dormiveglia diretta dal disagio dei sensi, che si riflette chiaramente sulle idee che mi passano per la testa.
A fianco a me i marinai si sono radunati vicino al capitano e discutono fervidamente. Mi dà fastidio tutto, il loro tono di voce, la loro cavolo di lingua incomprensibile, il loro sporadico riferirsi a me, che da due mesi mi chiamo per tutti “muzungu” – uomo bianco -, e che non fatico a captare nelle loro frasi.
Dopo un certo tempo supero la capacità di sopportazione e provo, più cortesemente possibile, di far capire ad uno di questi energumeni che gradirei abbassasse la voce. Concetto troppo astruso, continua tale e quale a prima.
Poi compare la costa. È dannatamente lontana, ma esiste, non siamo più immersi nel nulla a trecentosessanta gradi, c’è un punto di riferimento, una “terra” da chiamare a gran voce e a cui indirizzare le speranze.
Mi rimetto accucciato e torno a chiudere gli occhi. In qualche modo si fa sera, in un baleno si fa notte. Qui all’equatore il crepuscolo e l’alba praticamente non esistono; il sole cade verticale sull’orizzonte, non lascia spazio ad indecisioni, un interruttore.
Incontriamo la prima barca da quando siamo partiti. Dalla nostra si leva un grido unanime, come fossimo dispersi in cerca di salvezza; poco dopo siamo in vista del porto. Altre barche a motore sono in movimento, e un paio di queste sono sulla nostra traiettoria – o noi sulla loro -. Per un pelo evitiamo la collisione, nessuno dei due timonieri si decideva a cedere il passo.
Attracchiamo a una decima di metri dalla riva. A piedi, con l’acqua al petto, arrivano i portatori che prendono le valigie e le merci. Sono tentato di buttarmi, per sbarcare tutti e tutto ci vorranno secoli.
Per fortuna un uomo che parla inglese mi media le comunicazioni, e poco dopo sono sulla spiaggia a fissare gli zaini alla bicicletta. Un meraviglioso pezzo di alluminio californiano acquistato di seconda mano a Dar Er Salaam, che mi auguro mi porterà con se fino alle falde del Kilimangiaro, da dove tra venticinque giorni prenderò l’aereo per uno dei più gioiosi ritorni a casa della mia vita. L’Africa è meravigliosa e non basterebbe una vita per stancarsene, ne sono quasi convinto, ma presa a piccole dosi, almeno all’inizio, è più digeribile.
Ma ora, dove dormire? Mi hanno sconsigliato di trovarmi per strada di notte, non è sicuro dicono. Però in questo piccolo porto di mare non c’è neanche l’ombra di un affittacamere, non riesco a trovare un cristiano che parli inglese, e la prospettiva di dormire all’aperto in mezzo a tutta questa folla di neo-sbarcati non riesce ad allettarmi molto.
Di malavoglia, con addosso uno sgraziato senso di insicurezza, mi avvio per l’unica strada, di terra battuta, destinazione ignota, mi immergo nel buio della notte africana.
Grazie al cielo trovo una scuola, vuota ovviamente, nella quale però vive il maestro di matematica, che si offre di accompagnarmi fino al paese vicino, dove c’è una guesthouse.
Ad accoglierci è un ragazzo robusto, molto giovane, che in paese chiamano “cicco”. Me la cavo con poco più di tre euro. Il tempo di lavarmi nel bagno alla turca che, con un secchio pieno d’acqua, diventa magicamente una doccia, e crollo nel letto, annientato.

Lorenzo

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